Gennaro Gattuso ha aperto il libro dei ricordi in un lungo intervento al Festival di Trento. L’attuale allenatore della Lazio ha messo da parte per un attimo il presente per ripercorrere le tappe fondamentali della sua vita e della sua carriera, con il Milan a fare da filo conduttore di un racconto intimo e ricco di aneddoti. Sul palco, l’ex centrocampista ha mostrato il suo lato più riflessivo, alternando momenti di commozione a storie divertenti.
“Il Milan è stato la mia vita”, ha esordito Gattuso, sottolineando un legame che va oltre il campo. “Sono arrivato ragazzo, sono diventato uomo e ho avuto l’onore di allenarlo. È una fede che mi ha trasmesso mio padre e che ho portato con me in ogni battaglia”. Ha ricordato i sogni di bambino, quando guardava le partite dei rossoneri, e l’emozione indescrivibile di indossare per la prima volta quella maglia.
Interrogato sui compagni più forti con cui ha giocato, Gattuso non ha avuto esitazioni. “Ho avuto la fortuna di condividere lo spogliatoio con fenomeni assoluti, ma se devo nominarne uno, dico Paolo Maldini. Per me è stato più forte anche di Ronaldo il Fenomeno, per longevità, intelligenza e capacità di essere leader senza mai alzare la voce”. Nella sua personale classifica ha poi inserito Andrea Pirlo, “un genio che vedeva autostrade dove gli altri vedevano sentieri”, e Kaká, “un’accelerazione devastante unita a una classe purissima”.
Il racconto si è poi spostato su alcuni retroscena di spogliatoio. Gattuso ha svelato l’origine della famosa storia del “gelato di Oddo”. “Eravamo in ritiro, la tensione era alta. Massimo decise che un gelato ci avrebbe fatto bene, ma Pirlo, per scherzo, continuava a nasconderglielo. Sembra una sciocchezza, ma in quei momenti di gruppo si costruivano le vittorie”. Ha poi parlato del suo rapporto con i più giovani, come Pato: “Quando dicevo che me lo sarei ‘mangiato’, era il mio modo per spronarlo. Aveva un talento immenso e non volevo che lo sprecasse. A volte serviva una scossa”.
L’allenatore ha toccato anche temi profondamente personali, come la malattia che ha colpito sua sorella, una ferita che lo ha segnato ma che gli ha anche insegnato a dare il giusto peso alle cose. “Le vere battaglie sono altre, non una partita di calcio”, ha confidato. Ha parlato anche della sua attività imprenditoriale, la pescheria aperta a Gallarate, “un modo per restare con i piedi per terra e non dimenticare le mie origini”. Un accenno anche alla Nazionale, definita “una cicatrice che sanguina ancora” in riferimento ad alcune delusioni, ma anche l’orgoglio più grande per un calciatore.
Infine, una riflessione sul suo carattere. “Mi hanno sempre etichettato come il ‘Ringhio’ grintoso, ma la grinta da sola non basta. Ho sempre cercato di unire la foga alla preparazione e al sacrificio”. L’intervento si è concluso tra gli applausi, con l’immagine di un uomo che ha saputo essere campione in campo e che non ha paura di mostrarsi umano fuori.







