Giustizia, il rito ambrosiano

Vincenzo D'Anna, ex parlamentare

La locuzione latina “nemo tenetur se detegere”, esprime il principio di diritto penale in forza del quale nessuno può essere obbligato ad affermare la propria responsabilità penale. Così si è espressa, in un comunicato stampa, la Camera Penale di Milano (l’organo che riunisce e tutela gli avvocati penalisti di quel tribunale) rispetto all’esito del processo che vedeva imputato Silvio Berlusconi per corruzione in atti giudiziari. Come si sa il Cavaliere è stato assolto con formula piena (ovvero il “fatto non sussiste”) da quella accusa nell’ambito di una vicenda che, nel suo insieme, ha destato non poco scalpore negli ambienti politici arrecando un bel po’ di disdoro ai pubblici ministeri che hanno condotto le indagini, con largo impiego di mezzi (e di relativi costi a carico del contribuente). In sintesi, la Procura ha sentito la necessità di commentare la sentenza pronunciata dal collegio giudicante per affermare che l’esito del procedimento e la relativa assoluzione degli imputati, fossero stati determinati da “cavilli giuridici” eccepiti dagli avvocati difensori, più che la constatazione di un’effettiva innocenza di quanti erano finiti alla sbarra. Uno dei “cavilli” sarebbe stato quello di avere, i pm (l’accusa), interrogato gli indagati senza la presenza di un difensore. Tali interrogatori avevano riguardato le giovani donne coinvolte nel precedente processo che pure vedeva imputato l’ex premier per l’affare “Ruby Rubacuori”, la giovane italo-marocchina all’epoca dei fatti minorenne, ospite delle feste organizzate dall’ex capo del governo, poi supposte come sfociate in festini a luci rosse. Anche in quel processo il Cavaliere era stato assolto, sia perché non conosceva l’età della ragazza in questione, sia perché si trattava pur sempre di party privati, con donne consenzienti e maggiorenni, non uno sfruttamento della prostituzione. Determinanti furono, in quel caso, (anche) le deposizioni rese da quelle stesse giovani in Tribunale, le quali negarono ogni ipotesi di reato a carico del fondatore di Forza Italia. Ora, poiché molte tra loro erano state ospitate a spese del Cavaliere, nella tenuta detta delle “Olgettine”, ecco che i pubblici ministeri imbastirono un successivo processo per falsa testimonianza proprio a carico di quelle giovani e, per corruzione in atti giudiziari, nei confronti del leader di Forza Italia. Un particolare zelo quello dei pm, che trattarono il caso come se da quelle feste promanasse un grave pericolo sociale, tanto da dover imbastire un altro processo per condannare gli esecutori di un così pericoloso reato. Oggi appare ancor più risibile quell’accanimento in una città, Milano, ove la malavita opera alacremente con furti e rapine, lo spaccio della droga è agli angoli delle piazze e la prostituzione dilaga indisturbata finanche in pieno giorno. Eppure mezzi ingenti e “segugi” furono impegnati e sguinzagliati per mesi e mesi, solo per andare a guardare cosa accadeva sotto le lenzuola della camera da letto della villa di Arcore!! Comunque sia il processo alle “Olgettine” è stato celebrato con gran clamore di stampa e con grande ulteriore disdoro personale e politico di colui che per molti era diventato un uomo da cancellare dalla scena politica a furia di scandali. A processo concluso, con un’altra assoluzione (!), la procura non si è affatto arresa e quel che non ha saputo o potuto fare in tribunale sta provando a farlo a posteriori, avvertendo la pubblica opinione che l’assoluzione è figlia dei “cavilli” invocati dei difensori degli imputati. In uno stato di diritto la morale risiede nella legge, quando questa non risulta violata (per il tramite di un regolare processo). Non v’è pertanto altra considerazione di ordine giuridico e morale che si possa invocare. Ma a Milano, come per la Chiesa Cattolica, vige il cosiddetto “rito ambrosiano” anche per gli eventi giudiziari. Mentre, però, in materia di fede tale rito consiste semplicemente in un diversa procedura nella celebrazione di talune funzioni religiose, quello vigente in Procura è consistito nella negazione di alcuni diritti degli indagati o peggio ancora, all’epoca del pool “mani pulite”, nell’uso della carcerazione preventiva per estorcere confessioni o delazioni. Mentre insomma il rito religioso non altera la sostanza del magistero ecclesiale, quello giudiziario spesso nega le più elementari garanzie giuridiche previste dall’ordinamento, con abusi e forzature che stravolgono il rapporto tra chi accusa e chi si difende, cancellando i basilari diritti dei cittadini. Questo spiega la mentalità vigente in quell’apparato e la conseguente improvvida nota stampa emessa per “giustificare”, in qualche modo, la sentenza di assoluzione per Berlusconi e tutti gli altri imputati. Se interrogare delle persone senza l’avvocato di fiducia, estorcere dichiarazioni condizionando psicologicamente il testimone (che poi magari ritratta nel processo), per quei magistrati può considerarsi un cavillo, allora la giustizia può ritenersi morta e sepolta. Benedetta, ovviamente, col rito ambrosiano…

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome