Un ipotetico conflitto armato in Iran, esploso il 28 febbraio 2026, ha scosso profondamente l’economia mondiale. In un sistema globale che dipende ancora per l’80% dai combustibili fossili, l’instabilità di un Paese con immense riserve di gas e petrolio ha generato conseguenze immediate. Il controllo dello stretto di Hormuz, passaggio cruciale per un quinto del greggio globale, si è confermato un’arma di pressione formidabile, capace di far impennare i prezzi dell’energia.
Anche senza danni diretti agli impianti estrattivi, i mercati hanno reagito con panico, spingendo al rialzo i costi. Poiché il petrolio è il motore dei trasporti e dell’agricoltura, i rincari si sono propagati istantaneamente su tutta la filiera produttiva, colpendo duramente i bilanci delle famiglie.
Ma cosa sarebbe accaduto se il nostro mondo fosse stato energeticamente autosufficiente? A questa domanda ha risposto un gruppo di ricercatori del King’s College London in un’analisi pubblicata su The Conversation. Gli esperti hanno confrontato gli effetti della crisi in due scenari: uno basato sui combustibili fossili e uno alimentato da fonti pulite.
Nello scenario attuale, la dipendenza dal Medio Oriente è totale. Il blocco di snodi strategici come lo stretto di Hormuz paralizza il commercio di gas e petrolio, innescando una reazione a catena che dall’aumento dei carburanti arriva fino al carrello della spesa.
Immaginiamo ora lo stesso conflitto in un mondo decarbonizzato. La maggior parte dell’elettricità verrebbe prodotta a livello nazionale da parchi eolici e fotovoltaici, rendendo le forniture stabili e indipendenti da eventi esterni. Il trasporto su strada sarebbe prevalentemente elettrico e il riscaldamento domestico affidato a pompe di calore, biomasse, geotermia o idrogeno verde.
In questo contesto, lo shock macroeconomico sarebbe stato infinitamente più debole. Guidando auto elettriche, i cittadini sarebbero stati protetti dall’aumento dei prezzi del petrolio, e le bollette dell’energia sarebbero rimaste stabili, perché sganciate dalle dinamiche del mercato fossile.
In un mondo più verde, la geopolitica energetica non svanirebbe, ma cambierebbe radicalmente volto. Il petrolio continuerebbe a essere scambiato per alcuni settori specifici, ma perderebbe la sua centralità nel consumo quotidiano. Di conseguenza, il legame automatico tra instabilità nel Golfo Persico e inflazione globale si allenterebbe in modo significativo.
Emergerebbero nuovi “colli di bottiglia” strategici, magari legati ai centri di lavorazione di minerali rari o agli impianti di semiconduttori. La differenza cruciale, però, è che le riserve fossili sono concentrate in poche aree, mentre fonti come il sole e il vento sono distribuite in modo molto più democratico sul pianeta.
La transizione ecologica viene spesso presentata come una necessità puramente climatica. Tuttavia, come concludono gli autori dello studio, abbandonare i combustibili fossili porterebbe enormi benefici anche sul piano della sicurezza nazionale, garantendo una maggiore stabilità economica per tutti.



















