Ci sono film che si guardano e film che ci guardano dentro. I Swear, scritto, diretto e prodotto da Kirk Jones, appartiene alla seconda categoria. Questo commovente lungometraggio racconta la vera storia di John Davidson, attivista scozzese con una forma grave di sindrome di Tourette, dall’adolescenza nella Scozia degli anni Ottanta, quando la condizione era quasi sconosciuta, fino all’impegno pubblico che gli è valso il titolo di MBE. La sindrome di Tourette è un disturbo del neurosviluppo che si manifesta con tic motori e vocali involontari. Non è un vezzo, non è maleducazione, non è follia. Eppure per decenni chi ne soffriva è stato deriso, punito, emarginato.
Il film non addolcisce nulla: mostra gli insegnanti che scambiano i tic per provocazioni, gli sguardi carichi di disprezzo per strada, le porte chiuse, la solitudine di un ragazzo che si sente colpevole di qualcosa che non può controllare. Il titolo stesso I swear gioca su un doppio significato: “imprecare” e “giurare”, perché John impreca senza volerlo e giura, ogni volta, di non poterci fare niente.
Il cuore pulsante dell’opera è Robert Aramayo. La sua interpretazione è semplicemente straordinaria. Aramayo non imita: incarna. Ogni tic nasce da dentro il personaggio, mai da fuori; il corpo diventa un campo di battaglia tra ciò che John vorrebbe essere e ciò che la sua neurologia gli impone. Ma il vero miracolo sta negli occhi: dietro l’esplosione di un’imprecazione si legge la vergogna, la stanchezza, il desiderio disperato di essere visto come persona.
È una prova di rara precisione fisica e di immensa delicatezza emotiva, il tipo di performance che segna una carriera. Dopo il trionfo ai BAFTA, la candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista sarebbe non solo meritata, ma doverosa. I swear, però, ci insegna anche qualcosa di concreto: come stare accanto a chi vive con la Tourette. Non serve fingere di non vedere i tic, né riempire il silenzio di commenti imbarazzati. Serve pazienza, serve non prendere sul personale ciò che non nasce da un’intenzione, serve trattare la persona per ciò che è e non per ciò che le sfugge.
Le figure adulte che accolgono John, interpretate con calore da Maxine Peake e Peter Mullan, sono lezioni viventi di umanità: non lo “curano”, lo accettano. Ed è quell’accettazione mai avuta prima a cambiargli la vita. Kirk Jones sceglie un registro che alterna dramma e ironia, e funziona: si ride con John, mai di John. È proprio questa leggerezza consapevole a rendere il messaggio accessibile a tutti. La morale è semplice e potentissima: ciò che una persona non può controllare non definisce chi è. Davanti a ciò che non comprendiamo, la prima risposta non dovrebbe essere il giudizio, ma la curiosità. Perché a volte basta smettere di ascoltare le parole per cominciare, finalmente, a sentire le persone.












