Il giocatore

Nella terra di Fëdor Dostoevskij, autore di “Delitto e Castigo”, “I Fratelli Karamazov”, “L’idiota” ed “Il Giocatore”, la sfida con il destino è sempre presente. Nei russi di quel tempo, d’altronde, vizi e virtù apparivano quasi sempre senza limiti accettabili e l’idea stessa che la vita potesse essere persa a causa di un ideale oppure di una sola passione, sembrava consustanziale al loro stesso modo di vivere. Ovviamente stiamo parlando di uomini vissuti nell’era degli zar e del potere assoluto che il “piccolo padre”, come i russi amavano chiamare il loro sovrano, esercitava su di una vastissima popolazione, coacervo di varie etnie, che popolavano l’Oriente e l’Occidente del vasto impero di Mosca. Fuori dalla narrazione romantica, quello stereotipo di persona fu travolto dalla rivoluzione sovietica e dalla forzata omologazione imposta dal Comunismo. Fu in tal modo che il popolo russo si ritrovò trasformato in un’umanità fredda e spietata, piegata all’idolatria del potere dello Stato e della rivoluzione bolscevica. Senza mezzi termini: la cieca obbedienza ai dettami del marxismo determinò una vera e propria palingenesi. Un annullamento dell’individuo in quanto tale a tutto vantaggio del partito egemone e della tirannia che questi esprimeva dal Cremlino. Su queste basi e sulla pretesa che il comunismo fosse in grado di orientare, ineluttabilmente, il corso stesso della storia dell’umanità verso approdi previsti e prevedibili, un intero popolo fu sottoposto ad un’immane repressione. In particolare, a pagare furono quanti erano ritenuti rei di poter contrastare il futuro del socialismo. Borghesi e piccoli proprietari terrieri, i “Kulaki”, furono sterminati con gli strumenti tipici di uno Stato di polizia. Dopo ottanta anni di comunismo e milioni di vittime immolate sull’altare del leninismo e dello stalinismo, il popolo russo è divenuto strumento nelle mani di una nomenclatura eterna ed inamovibile perdendo ogni capacità di pensiero e di azione. E’ in questo contesto sociale ed ambientale che Vladimir Putin è cresciuto forgiando i propri sentimenti nei luoghi più tristi e cinici degli apparati repressivi della disciolta Urss. Ne sono derivate, per lui, l’atarassia ed il calcolo spietato che distrugge ogni valore umano per il raggiungimento di una finalità di potere assoluto. Coordinate mentali ed esistenziali di chi detiene il comando. Il mondo occidentale, ritenuto debole e disarmato innanzi alla spietatezza di chi è disposto a sacrificare tutto per la propria egemonia, è ritenuto dall’ex uomo del Kgb fonte decadente di una società senza nerbo e senza etica sociale. Nasce da qui, da questa cultura e da questa aridità di spirito il convincimento di poter riportare nei vecchi confini la grande nazione moscovita, defraudata dell’antica potenza geopolitica dei soviet. Il tutto condito da un pensiero anti moderno che concepisce la libertà come libertinaggio e la tolleranza dell’Occidente come il decadente riferimento di uno stile di vita da aborrire. Sono queste le radicate opinioni che alimentano la paranoia degli oligarchi russi fino a spingerli ad una guerra di conquista accompagnata da un retroterra culturale che si prospetta alternativo all’Ovest per i valori esistenziali propugnati ed i modelli sociali da realizzare: capitalismo oligarchico in economia, senza regole e remore per un mercato gestito da pochi, ed abolizione di ogni criterio di liberalità nel sociale. Un punto di estrema sintonia con il modello cinese ed il governo tirannico di Pechino, da proporre come alternativo al liberalismo ed al liberismo del mercato di concorrenza. Una nuova cortina di ferro, insomma, per differenziarsi dal mondo globalizzato che certo non è perfetto ed immune da sperequazioni e da problemi, ma che almeno lascia alla democrazia ed ai diritti civici spazio per determinare sia la governance al potere sia lo stile di vita da adottare. Per dirla tutta: si tratta di qualcosa di più che non la semplice annessione di territori. Con la guerra in Ucraina siamo innanzi al tentativo di un tuffo a ritroso nel tempo, identico a quello che gli estremisti islamici vogliono perpetrare nei confronti dei paesi non musulmani, rei di inquinare il costume morale e materiale del popolo che crede in Allah. Certo quella di Putin non è una “jihad” né sul campo sono stati schierati i terroristi del califfato, ma non credo ci sia molta differenza se si lanciano missili sulla popolazione civile provocando la morte di vecchi e bambini. Il mondo occidentale e l’Europa devono partire da questa visione delle cose per rendersi conto di quanto grave sia il pericolo per la nostra stessa civiltà così come è stata costruita nei secoli. Le due potenze russe e cinesi saranno alleate per dettare questa tipologia di valori politici ed economici, e non basteranno solo le sanzioni a fermare la deriva oscurantista. Come nel romanzo di Dostoevskij, “il giocatore” Putin farà in modo che il vizio non soccomba innanzi alla resipiscenza ed alla virtù.

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