Gianluigi Buffon si è raccontato in una lunga intervista, svelando retroscena inediti della sua carriera, in particolare un momento di profonda crisi vissuto alla Juventus. L’ex portiere ha confessato di aver seriamente pensato di lasciare il club bianconero, sentendosi quasi un peso per la società.
Il periodo critico risale alla stagione 2010-2011. Dopo un grave infortunio alla schiena che lo ha tenuto lontano dal campo per sei mesi, Buffon ha percepito un cambiamento nell’aria. La società stava vivendo una profonda trasformazione con l’arrivo di Andrea Agnelli alla presidenza e di Beppe Marotta e Fabio Paratici nell’area sportiva. “In quel momento non mi sentivo più dentro al progetto Juve”, ha spiegato. “Ero fuori per infortunio e mi sono sentito quasi un peso. Siccome sono un animaletto e percepisco certe situazioni, mi sono chiuso a riccio”.
Questa sensazione di disagio lo ha portato a isolarsi. “C’è stato un periodo in cui non andavo più al campo per recuperare dall’infortunio”, ha rivelato. “Loro mi chiamavano per informarsi ma non rispondevo, ho fatto 3-4 mesi in cui ho mollato tutti”. La rottura sembrava vicina, tanto che il portiere, allora trentaduenne, ha iniziato a valutare altre opzioni per il suo futuro.
In quel momento, due grandi club si sono fatti avanti. “Mi volevano Roma e Arsenal, io ci avevo pensato”, ha ammesso. La sua riflessione era chiara: “Se qui pensano che io possa diventare un problema, allora posso valutare altre strade”. La situazione si è poi risolta grazie a un incontro chiarificatore con la nuova dirigenza juventina, che ha dimostrato di voler puntare ancora su di lui, ponendo le basi per un nuovo ciclo di vittorie.
Nel corso dell’intervista, Buffon ha toccato anche altri temi. Ha parlato della sua scelta di lasciare la Nazionale dopo l’eliminazione contro la Svezia come un atto di responsabilità: “Sono uno dei pochi italiani che si prende la responsabilità e si toglie dai coglioni”.
Ha inoltre ribadito il suo sostegno a Gennaro Gattuso come potenziale commissario tecnico, definendolo “l’uomo giusto” per quel particolare momento storico del calcio italiano. Infine, ha offerto una visione pragmatica sul futuro del Como in Serie A, smorzando gli entusiasmi eccessivi e sottolineando le difficoltà che la squadra di Cesc Fàbregas affronterà con il doppio impegno europeo.



