La Dda: gli appalti Tav salvadanaio per le casse della cosca dei Belforte

Chiesto il carcere per figlio e nipote del boss Mimì, per Dante Salzillo e Gaudiano

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MARCIANISE – Non soltanto corruzione. Per la Procura di Napoli, nel giro degli appalti dell’Alta velocità c’è anche la mafia dei Belforte. E sarebbero stati gli imprenditori Dante e Raffaele Salzillo, ai quali gli investigatori riconducono l’impresa Areco, ad aprirle le porte. È la tesi che il pubblico ministero Henry John Woodcock porta al Riesame, impugnando il rigetto delle misure per il capitolo mafioso dell’inchiesta condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Napoli.

L’appello chiede il carcere per Camillo Belforte, figlio del capoclan Domenico, detto Mimì ’e Mazzacane, per Pasquale Belforte, cugino del boss, assistiti dal legale Nicola Musone, per Dante Salzillo e per Gianfranco Gaudiano, difesi dai legali Angelo Raucci e Nicola Russo. Ai due Belforte viene contestata l’associazione mafiosa; ai Salzillo e a Gaudiano il concorso esterno. Raffaele è tra le posizioni oggetto dell’impugnazione, ma non compare nella richiesta conclusiva di custodia in carcere.

L’indagine aveva portato a chiedere 41 misure. Dopo gli interrogatori preventivi, il gip ne aveva disposte venti per corruzione, sfruttamento del lavoro e false fatturazioni, secondo le singole posizioni, escludendo l’aggravante mafiosa. Ai domiciliari anche i fratelli Salzillo. Il giudice non aveva invece accolto le richieste per associazione mafiosa e concorso esterno: è su questo capitolo che la Procura chiede una nuova valutazione. I Belforte e Gaudiano sono indagati a piede libero.

La Dda contesta la lettura che riconduce i rapporti degli imprenditori con gli esponenti del clan a una dimensione personale. Per l’accusa, il rapporto avrebbe avuto due direzioni: introdurre imprese riconducibili ai Belforte nelle commesse pubbliche e utilizzare la capacità intimidatoria del clan per regolare i rapporti con i dipendenti.ù

Il passaggio centrale riguarda Gaudiano, che Camillo Belforte avrebbe presentato a Dante Salzillo tra giugno e luglio 2025. Salzillo, secondo gli investigatori, si sarebbe attivato per inserire nei lavori della Napoli-Bari gestiti dal consorzio Telese un’azienda formalmente riconducibile a Gaudiano, ma ritenuta sostanzialmente riferibile a Camillo Belforte. Un’attività capace di garantire entrate continue. È lo stesso Dante, intercettato, a descriverne le prospettive: “Tu hai risolto tutta la vita tua, perché là diventa un salvadanaio”.

Per la Dda quel ‘salvadanaio’ avrebbe alimentato le casse del clan. E l’operazione non sarebbe rimasta un progetto. Il riscontro viene individuato anche in una conversazione del 27 giugno 2026 tra Salzillo e Giandomenico Colella, ex consigliere comunale di Marcianise e suo collaboratore.

Colella, assistito dal legale Ferdinando Letizia, è a sua volta indagato: il gip gli ha imposto l’obbligo di dimora nel comune di residenza e di presentazione alla polizia giudiziaria per un’ipotesi di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio.

Nella telefonata, commentando alcuni provvedimenti giudiziari riguardanti Gaudiano, Colella racconta che questi gli aveva chiesto aiuto per uscire dal consorzio Telese. Un riferimento che gli investigatori leggono come conferma dell’effettivo impiego dell’impresa nei cantieri. Salzillo domanda poi ripetutamente se sia stato tolto un faldone custodito sotto una scrivania, ricevendo da Colella rassicurazioni interpretate dagli investigatori come conferma dell’occultamento o della distruzione delle carte.

La Procura chiede anche il sequestro delle quote e dell’azienda Areco, controllata interamente dalla holding Salfin.
Il gip aveva escluso la prova di un durevole asservimento della società ai reati. Il pm contesta questa conclusione: i gravi indizi riconosciuti dallo stesso giudice per numerosi reati commessi attraverso Areco dimostrerebbero il rischio di un ulteriore utilizzo illecito dell’impresa. Deciderà il Riesame. Le accuse restano da verificare e tutti gli indagati sono innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile.

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