Lazio, Gattuso la trasforma: da nona a capolista

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Cronache Mercato
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Esistono imprese che vanno raccontate per ciò che sono e altre che vanno interrogate per ciò che rivelano. La cavalcata della Lazio di Gattuso appartiene a entrambe le categorie, un percorso da onorare e allo stesso tempo analizzare con spirito critico.

In poche partite, una squadra che aveva concluso al nono posto un campionato deludente, con una rosa considerata stanca e un nuovo allenatore reduce da un’esperienza negativa, si è trasformata. Il calciomercato estivo è stato quasi inesistente e il debutto stagionale ha coinciso con un’eliminazione in Coppa Italia per mano di una squadra di Serie B.

Nonostante queste premesse, con uno stadio Olimpico spesso svuotato per la protesta dei tifosi, la Lazio ha conquistato 25 punti in nove giornate, frutto di otto vittorie e un pareggio. Nessuna sconfitta e primato solitario in classifica, in attesa dei risultati delle inseguitrici.

Per trovare una partenza migliore nell’era dei tre punti, bisogna tornare alla Juventus di Capello del 2005/06 o alla Roma del 2013/14, entrambe a quota 27. Si trattava però di due squadre costruite per vincere, non per risorgere da una stagione anonima.

Prima di ogni analisi sul campionato, il merito della squadra va riconosciuto per intero. La Lazio di Gattuso ha messo in mostra un’idea di calcio nitida e coraggiosa, basata su un pressing alto e uomo su uomo fin dalle prime fasi di gioco avversarie. A questa ferocia si è unito un possesso palla paziente e ragionato.

L’allenatore ha preteso dai suoi giocatori di mantenere sempre questa identità, anche a costo di rischiare, senza mai accontentarsi del vantaggio acquisito. Il risultato è stato un calcio spettacolare, come nel 6-2 inflitto al Sassuolo, partita in cui la squadra ha anche fallito due calci di rigore.

Ammesso tutto questo, resta una domanda centrale: come è possibile che sia bastato così poco per una tale trasformazione? La risposta potrebbe risiedere nel contesto generale della Serie A. Il nostro massimo campionato ha iniziato ad assomigliare alla Bundesliga degli anni Novanta e dei primi Duemila, prima del dominio incontrastato del Bayern Monaco.

In quel periodo, il campionato tedesco vedeva vincitori a sorpresa come lo Stoccarda o il Werder Brema. La ricetta era spesso la stessa: un allenatore capace, un paio di giocatori in stato di grazia e qualche giovane di talento. Era un torneo imprevedibile perché il livello medio si era abbassato e le élite si erano indebolite.

La Serie A attuale sembra seguire un percorso simile. L’esempio del Como, passato in due anni dalla Serie B a una qualificazione in Champions League, è emblematico. Basta un’idea chiara e qualche scelta azzeccata per accorciare la distanza dai vertici in un modo che in passato non era possibile.

Il campionato è senza dubbio divertente, ma una competizione in cui una nona classificata può diventare capolista imbattuta nell’arco di un’estate non parla soltanto di un’impresa eccezionale. Parla soprattutto del contesto che la circonda. L’impressione è che, per vincere, sia sufficiente non commettere errori e avere il coraggio di portare avanti un’idea con convinzione.

Il mezzo miracolo di cui Gattuso è artefice è un bellissimo racconto, ma è anche un referto clinico sullo stato di salute del movimento calcistico italiano.

Nota sulla produzione: questo contenuto è stato realizzato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale ed è stato sottoposto a supervisione editoriale da parte della Redazione Cronachedi prima della pubblicazione.

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