Massimiliano Allegri ha attribuito il recente pareggio di Firenze a “errori nell’ultima scelta” e “mancanza di veleno” da parte dei suoi giocatori. Tuttavia, le difficoltà del Napoli appaiono più profonde, radicate in una proposta di gioco povera che ha lasciato la squadra distante dalle prime posizioni.
La dirigenza ha fatto una scommessa calcolata ma rischiosa, puntando su un allenatore esperto per gestire il gruppo e calmierare i costi di una rosa diventata insostenibile. La scelta si è tradotta nella riconferma di un organico logoro, con molti giocatori vicini alla fine del loro ciclo, invece di un necessario rinnovamento. Si è preferita una scorciatoia, un “usato sicuro” che però sembra aver perso la sua efficacia.
I numeri dopo sei giornate di campionato fotografano impietosamente la crisi. La squadra non segnava così poco (7 gol) da 21 anni, quando militava in Serie C. Il prezzo più alto di questa sterilità offensiva lo sta pagando Rasmus Hojlund, che pure lo scorso anno aveva contribuito a 18 segnature tra reti e assist.
Un dato in particolare evidenzia il suo isolamento: tra gli attaccanti delle principali squadre di Serie A, è quello che ha toccato meno palloni in area di rigore, appena 15. Un valore bassissimo se confrontato con i 48 di Lautaro Martinez o i 47 di Donyell Malen, e inferiore anche a giocatori come Douvikas del Como (31) e il neo-milanista Gonçalo Ramos (24).
La prestazione del Franchi ha mostrato le ragioni di queste difficoltà. Hojlund è un attaccante abile nell’attaccare la profondità e sprigionare la sua potenza in campo aperto. Nel sistema attuale, invece, è costretto a lavorare di spalle alla porta, spesso abbandonato a duelli sfiancanti contro i difensori avversari.
La situazione di Hojlund non è un caso isolato, ma sembra seguire un copione già visto con altri centravanti allenati da Allegri. Una storia iniziata con Dusan Vlahovic, il cui rendimento è calato progressivamente dal suo arrivo alla Juventus nel febbraio 2022. Da attaccante prolifico a Firenze, con il tecnico toscano ha faticato ad adattarsi a un gioco che ne limitava le caratteristiche.
Anche l’esperienza al Milan ha mostrato dinamiche simili. Giocatori come Pulisic e Leao hanno disputato le loro peggiori stagioni offensive sotto la sua guida. Il tentativo di trasformare il portoghese in punta centrale si è rivelato un fallimento, snaturandone le qualità, e persino Nkunku ha visto crollare la sua produzione offensiva.
Possono cambiare gli interpreti, ma il risultato non cambia: chiunque sia il centravanti, finisce per trovarsi in un buco nero tattico. La questione non sembra più legata alla qualità dei singoli, ma a un sistema di gioco che non mette gli attaccanti nelle condizioni di rendere al meglio. Ora, tocca a Hojlund provare a invertire questa tendenza.








