Marco Amelia, ex portiere e campione del mondo nel 2006, ha ripercorso la sua carriera in Nazionale svelando un retroscena sulla convivenza con una leggenda come Gianluigi Buffon. L’ex numero uno, che ora allena l’Hamrun Spartans a Malta, ha raccontato le difficoltà e le emozioni di essere il secondo in un’era dominata da un portiere che ha fatto la storia.
L’esperienza azzurra di Amelia è stata segnata dalla presenza ingombrante del capitano. “Nove presenze nell’era Buffon equivalgono a giocarne 100 in una Nazionale normale, perché lui voleva giocare ogni singola partita”, ha spiegato l’ex giocatore. Ha poi aggiunto con ironia una frase che descrive bene la situazione: “A volte viaggiavo con il gruppo solo per portare la borraccia”.
La frustrazione per lo scarso impiego emergeva soprattutto in occasione delle partite di prestigio, quando la voglia di scendere in campo diventava incontenibile. “Quando giocavamo contro il Brasile o in un’amichevole importante, oppure in una gara di qualificazione contro Germania o Francia, io volevo giocare”, ha ammesso Amelia. Qui arriva la confessione più forte, seppur fatta con il sorriso: “E pregavo che Gigi si infortunasse!”.
Un desiderio, ha precisato, dettato esclusivamente dall’ambizione sportiva di un atleta che voleva dimostrare il suo valore. “È successo solo nove volte che non sia accaduto, dato che ho giocato nove partite. Ricordo di aver giocato benissimo nelle qualificazioni a Euro 2008, contro il Portogallo e contro Serbia e Montenegro, e ne fui felice”.
Oltre alla competizione, c’era però un profondo senso di professionalità e di appartenenza al gruppo. Il ruolo di secondo non si limitava all’attesa in panchina, ma diventava fondamentale per la preparazione e la serenità del titolare. “L’unica emozione era aiutare Gigi a stare sereno mentalmente, a essere pronto per la partita. Il mio ruolo era aiutarlo”, ha sottolineato.
Questo spirito di squadra si traduceva in un impegno massimo durante gli allenamenti, anche con la consapevolezza di non giocare. “Il giorno prima del match mi allenavo al massimo per il bene della squadra. Se io mi alleno bene, pur sapendo di non giocare, anche i compagni si allenano benissimo. È fondamentale per prepararsi e per essere sempre pronti”.
La sua testimonianza ha messo in luce la mentalità richiesta a chi vive nell’ombra del titolare: essere sempre preparati a subentrare in caso di necessità. “Può sempre succedere, prima o durante la partita, che il portiere titolare si faccia male o prenda un’espulsione, e allora chi è in panchina deve entrare e farsi trovare pronto”.




