Giacomo Raspadori è una presenza costante nella Nazionale italiana. Con oltre 46 presenze e 11 goal con la maglia della squadra maggiore, a cui si aggiungono le numerose apparizioni nelle selezioni giovanili, l’attaccante ha dimostrato di essere un elemento fondamentale per il gruppo azzurro sin dal suo esordio nel giugno 2021.
In quasi cinque anni ha lavorato con diversi commissari tecnici e allenatori, da Roberto Mancini a Luciano Spalletti, trovando sempre spazio. Ora, con un nuovo ciclo tecnico, è chiamato a confermarsi e a definire il suo status all’interno della squadra, dove gli è stata affidata la prestigiosa maglia numero 10.
Indossare un numero così iconico comporta grandi responsabilità, ma il carattere non gli è mai mancato. L’attaccante, cresciuto nel Sassuolo sotto la guida di Roberto De Zerbi, ha sempre affrontato le sfide con determinazione, anche quando non è stato una prima scelta, come ha dimostrato nelle sue esperienze a Napoli.
Questa mentalità sarà cruciale anche in azzurro, dove finora non è mai riuscito a imporsi come un titolare inamovibile o un trascinatore assoluto. La causa principale risiede in un’incertezza tattica che lo accompagna da tempo: la sua duttilità è un’arma a doppio taglio.
Raspadori può ricoprire quasi ogni ruolo offensivo, ma trovare la sua collocazione ideale per esaltarne le qualità si è rivelato complesso. All’inizio della sua carriera, per le sue doti balistiche e il baricentro basso, è stato paragonato a finalizzatori come Antonio Di Natale o Sergio Agüero.
Tuttavia, impiegato come unico punto di riferimento offensivo, ovvero da vero numero 9, non ha mai convinto pienamente. La sua struttura fisica non è quella del centravanti boa e il suo gioco non beneficia della lotta spalle alla porta contro i difensori centrali.
Anche l’impiego come esterno d’attacco in un 4-3-3, modulo spesso utilizzato sia in Nazionale che in previsione futura con allenatori come Maurizio Sarri, ha mostrato dei limiti. Sebbene tecnicamente abile, non possiede lo scatto bruciante e il dribbling continuativo tipici dell’ala pura, risultando meno incisivo quando agisce lontano dalla porta.
Il suo vero potenziale sembra emergere in una posizione più centrale e a supporto di un altro attaccante. Le sue migliori prestazioni sono arrivate quando ha agito da seconda punta o da trequartista in un sistema come il 4-2-3-1.
In quel ruolo, libero di muoversi tra le linee, può sfruttare la sua intelligenza tattica per trovare spazi, dialogare con i compagni e liberare il suo tiro rapido e preciso. È in queste situazioni che la sua natura di finalizzatore si combina con la visione di gioco, trasformandolo in un pericolo costante per le difese avversarie.
La sua versatilità lo rende un’alternativa preziosissima a partita in corso, capace di cambiare l’inerzia di un match. La sfida per i suoi allenatori, attuali e futuri, sarà decidere se continuare a usarlo come un jolly di lusso o costruire un sistema tattico che possa finalmente valorizzarlo come protagonista fin dal primo minuto.




