FOTO – Viaggio nell’inferno del Sannazaro otto mesi dopo il rogo: macerie e famiglie ancora fuori casa

Dentro il palazzo di via Chiaia tutto è fermo all’incendio del 17 febbraio. Almeno otto abitazioni inaccessibili, strutture danneggiate e maltempo: si attende il dissequestro per avviare la messa in sicurezza.

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Il teatro Sannazaro di Napoli, otto mesi dopo l'incendio che lo ha distrutto

Riassunto

Dietro la facciata del Sannazaro, in una via Chiaia tornata alla normalità, restano macerie e abitazioni inaccessibili. I residenti attendono il dissequestro per avviare la messa in sicurezza, mentre il maltempo aggrava la situazione.

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NAPOLI – In via Chiaia, pioggia battente a parte, la vita scorre come sempre. Negozi aperti, turisti, un continuo andirivieni di persone che passeggiano. I riflettori si sono spenti dopo la grande emozione collettiva provocata dal rogo che ha distrutto il teatro Sannazaro. A segnalare, a quasi otto mesi di distanza, che c’è qualcosa di diverso è solo il foglio bianco appeso sull’ingresso chiuso del teatro, che avvisa del sequestro.

Nella bacheca c’è ancora la locandina del Cafè Chantant, andato in scena fino a poche ore prima dell’incendio divampato all’alba del 17 febbraio scorso, e quella dello spettacolo di Carlo Buccirosso, che era in programma dal 27 di quel mese, dal titolo “Qualcosa è andato storto”.

Dietro la facciata di via Chiaia, il teatro distrutto

Per accorgersi di cosa, però, sia andato storto, bisogna andare oltre l’apparente, inviolabile tranquillità della palazzina gialla che ospita al suo interno la “bomboniera di Chiaia”. Nel palazzo al quale si accede girando a destra, non appena superato l’ingresso del teatro, lo scenario è post-apocalittico. Macerie, distruzione, un cratere nero che ha inghiottito una storia artistica, ma anche la vita di tante famiglie, troppo spesso dimenticate in questa tragica storia.

Almeno otto le abitazioni in cui non è stato possibile rientrare da quella notte di febbraio. Poco sopra il buco nero che ha cancellato le luci degli spettacoli, un terrazzino che faceva parte di un B&B. Tutto è rimasto come quel giorno, persino i vasi disintegrati dal fuoco. L’abitazione che si trova proprio sopra quello che era il palco del Sannazaro non ha più il pavimento. Chiusi gli uffici, le cui finestre sono devastate, di uno studio che ha dovuto andare via e pagare un affitto in una strada a poca distanza per continuare a operare.

Lo sguardo, poi, va a ciò che resta del teatro. Poco, in realtà. Sopra quello che era il palco ci sono i numeri gialli dei rilievi delle forze dell’ordine. Le gallerie sono state cancellate dall’incendio: gli archi che ancora si vedono sono semplicemente le porte d’ingresso alle strutture laterali che consentivano di godersi gli show dall’alto. Poi i resti di qualche seduta, poco altro. Tutto cancellato. Tutto fermo a quella maledetta alba di quasi otto mesi fa.

Il maltempo e il pericolo di nuovi crolli

Anzi, non proprio tutto. Perché il tempo non fa che peggiorare la situazione. Le strutture rimaste in piedi sono sempre più a rischio. Il maltempo è un coltello in una piaga che ancora sanguina. Il pericolo di nuovi crolli esiste, eccome. Basta guardare la trave che domina dall’alto il vecchio palco, che tiene insieme due muri portanti: è completamente piegata. Un terrazzino sta pian piano sprofondando.

Per i residenti ancora rimasti in via Chiaia c’è il divieto di affaccio, per limitare i rischi. Dovranno essere loro a effettuare i lavori di messa in sicurezza, come da ordinanza del Comune di Napoli. Sono pronti a farlo, non appena la magistratura avrà disposto il dissequestro dell’area interessata dal rogo. L’assicurazione ha concesso un anticipo per iniziare a coprire le spese più importanti.

L’attesa del dissequestro per avviare i lavori

I pm dovrebbero essere in dirittura d’arrivo. Liberare l’area per poter faticosamente cominciare gli interventi sarebbe un primo, fondamentale passo. I vigili del fuoco fanno verifiche periodiche per valutare eventuali interventi d’urgenza. Sono gli unici che si vedono spesso nel cratere nero.

Difficile, oggi, per chi dai balconi di casa propria vede un cumulo di macerie, anche solo pensare, o sognare, una vita normale. Si attende la fenice della rinascita. Ma non si intravede, ancora, all’orizzonte.

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