Un tribunale distrettuale del North Dakota ha condannato Greenpeace International e Greenpeace USA a pagare 345 milioni di dollari di danni alla compagnia petrolifera Energy Transfer. La sentenza conclude una lunga battaglia legale nata dalle proteste del 2016 contro l’oleodotto Dakota Access.
Si tratta di un esempio emblematico di SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation), una causa strategica usata dalle grandi aziende per intimidire e silenziare attivisti e organizzazioni che si oppongono ai loro interessi, logorandoli economicamente.
Nel 2016, la tribù Sioux di Standing Rock ha guidato una delle più grandi mobilitazioni ambientaliste della storia recente per fermare la costruzione del Dakota Access Pipeline. L’oleodotto, progettato da Energy Transfer per trasportare petrolio greggio dal Nord Dakota all’Illinois, minacciava di attraversare i loro territori sacri e contaminare la loro principale fonte d’acqua, il fiume Missouri.
Migliaia di persone, inclusi rappresentanti di oltre 300 nazioni tribali, si sono unite alla mobilitazione. Nonostante l’amministrazione Obama avesse inizialmente bloccato il progetto, l’elezione di Donald Trump ha ribaltato la situazione. Uno dei primi atti del nuovo presidente è stato approvare l’oleodotto, che è entrato in funzione nel giugno 2017.
In risposta al successo mediatico della protesta, Energy Transfer ha lanciato un contrattacco legale. Nel 2017, ha intentato una causa federale da 300 milioni di dollari, accusando Greenpeace di aver orchestrato la mobilitazione attraverso una “campagna di disinformazione” e di aver agito come un'”impresa criminale”, appellandosi a una legge (RICO) originariamente usata contro la mafia.
Nel 2019 un giudice federale ha respinto le accuse più gravi, come quella di associazione a delinquere. Tuttavia, l’azienda ha ripresentato la causa presso un tribunale statale del North Dakota, dove il processo è andato avanti.
La sentenza finale, pur riducendo le richieste iniziali, ha assegnato a Energy Transfer centinaia di milioni di dollari senza un solido fondamento giuridico, secondo i legali di Greenpeace. La decisione declassa il ruolo centrale delle tribù Sioux, sostenendo la tesi dell’azienda secondo cui le proteste sarebbero state orchestrate dall’esterno.
Questa narrazione ignora che il movimento è nato dalla resistenza degli attivisti nativi, che da secoli lottano contro l’espropriazione delle loro terre. Attribuire la regia a Greenpeace è un tentativo di depotenziare il messaggio e la legittimità della lotta indigena.
Greenpeace International e Greenpeace USA hanno annunciato che chiederanno un nuovo processo e, se necessario, presenteranno ricorso alla Corte Suprema del North Dakota. L’organizzazione sosterrà che la Costituzione statunitense tutela la libertà di espressione in questo caso, che l’accusa non ha presentato prove sufficienti e che la giuria non poteva essere considerata imparziale.
La battaglia legale va oltre la difesa di una singola organizzazione: mette in discussione il diritto fondamentale alla protesta e alla giustizia ambientale, un principio che riguarda l’intera società civile.



















