Acerra, confiscato il tesoro dei fratelli Pellini: 205 milioni di euro, 224 immobili, 8 aziende…

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Cuono, Giovanni e Salvatore Pellini
Cuono, Giovanni e Salvatore Pellini

ACERRA – La parola fine, forse, arriva con 291 pagine fitte di numeri, analisi, ricostruzioni patrimoniali e giudizi severissimi. Una montagna di carte che si traduce in un dato netto: 205 milioni di euro confiscati. Il Tribunale di Napoli, presieduto da Teresa Areniello, ha disposto la confisca definitiva dell’immenso patrimonio riconducibile ai fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini, imprenditori attivi nel settore del recupero, smaltimento e riciclaggio di rifiuti urbani e industriali. Un settore delicato, cruciale per l’ambiente e la salute pubblica, nel quale – secondo i giudici – si sarebbe innestato un sistema criminale sofisticato e spregiudicato.

A eseguire il provvedimento è stato il Gico del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di finanza di Napoli. L’elenco dei beni colpisce per vastità e distribuzione geografica: otto aziende tra Napoli, Frosinone e Roma; 224 immobili tra Napoli, Salerno, Caserta, Cosenza, Latina e Frosinone; 75 terreni; 70 rapporti finanziari; 72 auto; tre barche e due elicotteri. Un patrimonio diffuso e ramificato, cresciuto nel tempo.

Secondo il Tribunale, questo impero economico affonderebbe le sue radici anche nel traffico illecito di rifiuti nella cosiddetta Terra dei Fuochi, uno dei capitoli più bui della storia ambientale recente del Paese. Nel decreto si parla apertamente di un sistema fondato su traffici illeciti, “un sistema di fatturazioni false” e una “imponente evasione fiscale”. Meccanismi che avrebbero consentito – scrivono i giudici – “la creazione e l’immissione nei circuiti economico-finanziari di ingenti capitali” di provenienza illecita. Non solo accumulo, ma anche reinvestimento. Il successivo reimpiego delle risorse avrebbe prodotto un “progressivo effetto moltiplicatore”, capace di alimentare nuovi investimenti e rafforzare ulteriormente la potenza economica del gruppo imprenditoriale. La fotografia tracciata dalla sezione misure di prevenzione è impietosa: una “strutturale e significativa sproporzione” tra i redditi dichiarati e il patrimonio accumulato nel tempo. Le giustificazioni difensive, secondo il collegio, non sono risultate idonee a colmare quel divario.

La vicenda affonda le radici nel 2017 e attraversa anni di sequestri, ricorsi e polemiche. Nel marzo 2024 la Cassazione aveva disposto la restituzione ai Pellini di un patrimonio da circa 220 milioni di euro per un vizio formale legato alla tardività del decreto di confisca di secondo grado. La Procura di Napoli, guidata da Nicola Gratteri, insieme alle fiamme gialle, ha però riavviato le indagini patrimoniali: nuove analisi, nuove ricostruzioni economico-finanziarie e un nuovo sequestro nel maggio 2024. Il percorso è arrivato fino al decreto depositato il 19 febbraio 2026, con cui è stata disposta la confisca definitiva dei beni. Per i giudici permane la “pericolosità qualificata” dei fratelli Pellini, derivante dal traffico illecito di rifiuti che ha portato alla loro condanna definitiva per disastro ambientale.

Nelle carte si parla di “concreta e grave capacità criminale”, di “conseguenze devastanti nei territori interessati e per l’ambiente, nonché per gli animali e le persone”. E c’è un passaggio che pesa come un macigno: la relazione tra malattie tumorali e quelle attività che avvelenavano i terreni “è più che un sospetto”. Tra le righe del provvedimento emerge un giudizio netto: i Pellini “non erano onesti imprenditori, per errore impattati nell’illecito”. Al contrario, secondo il Tribunale, avrebbero piegato “le loro competenze imprenditoriali al perseguimento del soldo facile”, diventando – si legge – “criminali senza scrupoli”. Uno dei fratelli era anche un carabiniere, sospeso dal servizio nel 2006. Un dettaglio che rende ancora più complessa e simbolica la vicenda.

Lo Stato si riappropria così di quei beni già restituiti due anni fa per un vizio formale, in un passaggio che potrebbe segnare l’epilogo di una delle storie giudiziarie più emblematiche legate alla Terra dei Fuochi. Resta il peso di un territorio ferito, di terreni contaminati e di comunità che per anni hanno convissuto con roghi, veleni e paura. Resta anche una cifra – 205 milioni di euro – che racconta non solo la dimensione economica di un sistema, ma anche la portata del danno che, secondo i giudici, è stato inflitto all’ambiente e alle persone. Sul caso è intervenuto il sindaco di Acerra, Tito d’Errico: “Ogni risorsa finanziaria dovrà essere destinata al territorio di Acerra”. Una richiesta avanzata già nel 2024 dall’amministrazione comunale, che in consiglio ha presentato formale istanza al Ministero dell’Ambiente per essere coinvolta come parte interveniente nella causa civile tuttora pendente.

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