NAPOLI – Le mura del carcere di Ferrara, dove è detenuto il boss Domenico Lo Russo, sarebbero diventate il luogo di una lezione di strategia criminale impartita dal padre al figlio Vincenzo Lo Russo dopo aver subito un agguato. Attraverso un fitto scambio di informazioni, l’incontro intercettato avrebbe svelato come i vertici dei clan utilizzino i colloqui carcerari per istruire anche i figli sulle dinamiche e sulla gestione dei conflitti.
Al centro del dialogo, il tentativo di Domenico Lo Russo di ricostruire l’attentato subito dal figlio Vincenzo nel rione Siberia, in via Pietro Piovani. Più che una preoccupazione paterna, quella di Domenico Lo Russo è apparsa come una verifica sul campo per individuare movente e autori del raid armato, insegnando al figlio a decifrare i segnali e a reagire. È tutto scritto dagli inquirenti nell’ordinanza cautelare, che ha portato all’arresto dei due presunti responsabili del ferimento di Vincenzo.
In sostanza il dialogo tra padre e figlio, intercettato dai carabinieri, è riportato nell’ordinanza eseguita nei confronti dei presunti responsabili del ferimento: Emmanuel Di Marzo, 19 anni, e Luigi Russo, 39 anni (un’altra persona è irreperibile). Tornando alla ricostruzione delle forze dell’ordine, l’indagine ha fatto emergere il legame tra l’agguato e vecchi rancori nati proprio tra le sbarre: il sospettato sarebbe infatti “Gigiotto”, figlio di Peppenella, con il quale Vincenzo Lo Russo aveva avuto un acceso litigio durante una precedente detenzione.
Vincenzo, parlando col padre, ha evitato di pronunciare nomi espliciti, indicando il rivale come “il figlio di quello che ti regalò la Vespa”. Un riferimento cifrato che il padre avrebbe colto immediatamente: “Tu lo picchiasti carcerato e quello hai visto? Se lo è ricordato – gli dice il padre – ti devi mettere con qualcuno, ti devi mettere con un’altra banda. Ti devi fare forte”. E poi, quando sarà pronto, dovrà passare alla vendetta: “Fallo piangere”.
Il ferimento di Vincenzo Lo Russo risale alla notte del 17 aprile. Il trentatreenne era arrivato al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli con cinque ferite da arma da fuoco. Ai sanitari e ai carabinieri aveva parlato genericamente di un tentativo di rapina avvenuto tra le strade del rione Siberia, quartiere Marianella: degli sconosciuti lo avrebbero bloccato e, alla sua reazione, avrebbero aperto il fuoco.


















