
CASERTA – Divide politica, magistratura e opinione pubblica. In questo clima di contrapposizione, che spesso rischia di scivolare nel tifo da stadio, si avvicina l’appuntamento referendario sulla riforma della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Al centro del confronto ci sono questioni delicate come l’indipendenza delle toghe, l’equilibrio tra i poteri dello Stato e il futuro ruolo del pubblico ministero nel processo penale. Quali effetti concreti potrebbe avere questo cambiamento sull’organizzazione della giustizia e sul lavoro quotidiano nei tribunali? E quali conseguenze potrebbero emergere sul piano delle indagini, soprattutto nei procedimenti più complessi? Ne parliamo con Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, da decenni impegnato in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata.
La riforma viene presentata come necessaria per garantire un giudice davvero terzo, partendo dall’idea che oggi esista una contiguità culturale tra pubblici ministeri e giudici. Nella sua esperienza diretta questa vicinanza si traduce davvero in un vantaggio per l’accusa nel processo oppure il contraddittorio già assicura un equilibrio effettivo tra le parti?
«L’appartenenza alla medesima carriera di giudici e pubblici ministeri non incide assolutamente sulla terzietà del giudice. Si parte dal presupposto erroneo per cui l’unicità delle carriere condizioni le decisioni. È bene ricordare che il giudice è soggetto solo alla legge e neanche il suo presidente può condizionarne le decisioni, figuriamoci un pubblico ministero. Il numero elevato delle assoluzioni costituisce la dimostrazione tangibile dell’infondatezza delle ragioni del sì. Se avessimo condanne con percentuali “bulgare”, allora ci si potrebbe porre il problema».
Al di là dei singoli casi concreti, la separazione delle carriere rappresenta, secondo i promotori, un diverso modello di giustizia. A suo avviso si tratta di un’evoluzione fisiologica del sistema oppure di una scelta che modifica l’equilibrio costituzionale tra funzioni giudicanti e requirenti costruito finora?
«La separazione delle funzioni è già esistente. In passato chi faceva il pm in una sede, il giorno dopo, poteva sedersi sullo scranno del giudice nella stessa aula. Oggi non è più possibile: bisogna cambiare regione e lo si può fare una sola volta nella carriera. D’altronde i passaggi di funzione sono pochissimi».
Con la separazione delle carriere il pubblico ministero rischia di essere percepito sempre più come una parte processuale orientata all’accusa e, secondo alcuni, potrebbe nel tempo avvicinarsi all’orbita dell’esecutivo. Esiste il rischio di una trasformazione del ruolo del pm e dell’equilibrio tra accusa, difesa e indipendenza della giurisdizione?
«Sicuramente. La perdita della cultura della giurisdizione rende diverso l’approccio dell’accusatore al caso concreto, che sarebbe per forma mentis votato a trovare un colpevole a tutti i costi. Il rischio della sottoposizione del pm all’esecutivo è immanente, come l’esperienza estera insegna. D’altronde le parole del ministro Nordio, che reputa utile la riforma anche per l’attuale opposizione ove vincesse le elezioni, costituiscono la dimostrazione degli intendimenti del governo».
Negli ultimi anni si discute sempre più della possibilità che la politica, direttamente o indirettamente, possa orientare le priorità dei reati da perseguire attraverso riforme, atti organizzativi o scelte legislative. Esiste il rischio che l’azione penale, pur restando formalmente obbligatoria, finisca di fatto per essere indirizzata dal potere politico?
«È una certezza. Nel momento in cui verranno indicati in concreto i criteri di priorità sarà la politica a dettare l’agenda delle procure».
Nei procedimenti di mafia, dove indagini e processi richiedono anni e un forte coordinamento investigativo, la separazione delle carriere potrebbe incidere sull’efficacia dell’azione giudiziaria oppure non cambierebbe nulla sul piano operativo?
«Il pericolo è generalizzato. Le indagini non sono compartimenti stagni. Spesso si intrecciano reati di mafia con quelli contro la pubblica amministrazione; per cui, se si vuole lasciare campo libero ai colletti bianchi, il controllo dell’esecutivo potrebbe incidere anche su indagini di criminalità organizzata facendo in modo che si indaghi solo sulla mafia “militare” e non su quella legata a imprenditori e politici».
La riforma introduce due Consigli superiori della magistratura separati e il sorteggio dei componenti togati per ridurre il peso delle correnti. È davvero il modo più efficace per correggere eventuali distorsioni interne oppure si rischia di indebolire l’autogoverno della magistratura nel tentativo di curarle?
«Da una parte lo sdoppiamento del Csm rischia di creare organismi autoreferenziali. Ma il vero vulnus è il meccanismo del sorteggio: integrale per i togati e, a mio avviso, “pilotato” per i laici, i cui membri sarebbero estratti a sorte tra una rosa ristretta di nominati dalla politica. Avremmo così un blocco compatto che indirizzerebbe le decisioni dei togati i quali, per come congeniato il meccanismo, andrebbero in ordine sparso. In questo modo sarebbe la politica a governare la magistratura».
Se dovesse passare il Sì, la riforma prevede anche un’Alta Corte disciplinare separata dal Csm per giudicare eventuali illeciti dei magistrati. Sarebbe un rafforzamento dell’imparzialità o rischia di incidere sull’autonomia della magistratura?
«Si porrebbe lo stesso identico problema dei due Csm. Le decisioni disciplinari verrebbero prese sostanzialmente dai politici. E, unica categoria in Italia, le decisioni non sarebbero impugnabili in Cassazione».
Molti osservatori sostengono che la riforma non inciderà sui tempi dei processi né sulle carenze organizzative, che restano il principale motivo della sfiducia dei cittadini nella giustizia. Si sta intervenendo sul problema giusto oppure si rischia di lasciare irrisolti i nodi centrali del sistema?
«Questa non è una riforma della giustizia. È una riforma sulla magistratura».
Una delle critiche più frequenti rivolte ai togati riguarda l’esposizione mediatica di alcuni magistrati, accusati di incidere nel dibattito pubblico oltre il ruolo giudiziario. È un problema reale che rischia di indebolire la credibilità della giustizia oppure una polemica che accompagna inevitabilmente le indagini più delicate?
«Si fa confusione tra il lavoro dei magistrati, che deve parlare attraverso gli atti, ed espressione di opinioni pubbliche su tematiche generali. Non vedo perché un magistrato non possa esporsi in pubblico per spiegare problematiche che riguardano la giustizia, senza commentare casi concreti».
Nel dibattito pubblico il referendum viene talvolta percepito come una risposta politica a una lunga stagione di tensioni tra magistratura e politica. Siamo davanti a un riequilibrio tra poteri dello Stato o al rischio che la riforma venga letta come un giudizio negativo sull’operato complessivo della magistratura?
«Siamo di fronte alla distorsione concreta dell’equilibrio tra i poteri dello Stato».
Se dovesse prevalere il Sì oppure il No, quale cambiamento concreto vedrà un cittadino comune nei prossimi anni entrando in un tribunale italiano?
«Vincendo il Sì i magistrati saranno più timorosi e meno propensi a dare torto al potente di turno. Questo è il rischio serio e concreto».


















