CASAL DI PRINCIPE – La vicinanza alla fazione Schiavone, il controllo del territorio e il business dello spaccio: è in questo contesto che, secondo gli inquirenti, si sarebbe mosso negli ultimi anni Gaetano Diana, 35enne figlio dello storico esponente del clan Elio Diana, detto Eliuccio (cognato del boss Cicciariello). Un quadro investigativo pesante, tracciato dai carabinieri di Caserta, che venerdì sera ha portato all’arresto del rampollo con le accuse di estorsione, lesioni personali e traffico di droga, tutte aggravate dal metodo mafioso.
Il provvedimento cautelare in carcere è stato eseguito dai militari dell’Arma del Nucleo investigativo su disposizione del gip del Tribunale di Napoli, Carla Sarno. Una misura che nelle scorse settimane era stata richiesta dalla Procura partenopea guidata da Nicola Gratteri.
Stando a quanto ricostruito dai carabinieri, Diana avrebbe agito sfruttando la forza intimidatrice derivante dalla sua contiguità ai Casalesi, evocando – anche implicitamente – il peso dell’organizzazione per piegare le vittime e agevolare le proprie attività illecite.
Le indagini collocano i fatti contestati al 35enne in un arco temporale compreso tra la fine del 2024 e l’estate del 2025, in un’area (tra Grazzanise e l’Agro aversano) che gli investigatori definiscono ancora fortemente permeata dalla presenza e dall’influenza del clan. Un contesto nel quale, stando a quanto emerge nell’ordinanza di arresto, la forza di intimidazione mafiosa continua a rappresentare uno strumento concreto per il controllo delle attività criminali, in particolare nel settore dello spaccio di sostanze stupefacenti.
Al centro dell’inchiesta c’è la vicenda che vede vittima il cognato dell’indagato, Vitaliano Raimondo (fratello della moglie di Diana), oggi collaboratore di giustizia. Sarebbe stato lui a denunciare le pressioni e le violenze subite, raccontando ai carabinieri un clima di costante minaccia e paura.
Seguendo la tesi della Procura, Diana lo avrebbe costretto a versare complessivamente 8.300 euro, attraverso rate da 600 euro, a fronte di un presunto debito di 15mila euro maturato nell’ambito di forniture di droga. Le richieste di denaro sarebbero state accompagnate da minacce esplicite e reiterate, anche di morte, con un linguaggio tipicamente camorristico e intimidatorio. In più occasioni, l’indagato avrebbe fatto riferimento alla propria capacità di far del male alla vittima anche durante la detenzione domiciliare, arrivando a prospettare aggressioni persino in carcere.
Non solo parole. Il lavoro dei militari ha fatto emergere anche episodi di violenza fisica esercitata da Diana ai danni del cognato: Raimondo sarebbe stato colpito al torace, riportando fratture e lesioni alle costole e, per tali ferite, sarebbe stato costretto a recarsi alla clinica Pineta Grande di Castel Volturno, salvo poi rinunciare alle cure per l’eccessiva attesa al pronto soccorso. Gli investigatori contestano anche un tentativo di estorsione non andato a buon fine: Diana avrebbe cercato di ottenere ulteriori 6.700 euro, minacciando nuovamente la vittima.
Il pagamento non si sarebbe concretizzato solo grazie alla decisione di Raimondo di rivolgersi ai carabinieri e avviare un percorso di collaborazione con la giustizia.
Parallelamente, l’indagine ha fatto emergere anche il coinvolgimento dell’indagato nel traffico di droga. Secondo la Dda, Diana avrebbe detenuto, trasportato e ceduto sostanze stupefacenti – in particolare cocaina e hashish – per quantitativi rilevanti: almeno 80 grammi di cocaina e circa un chilo e mezzo di hashish. Parte della droga è stata sequestrata dai carabinieri nel corso di una perquisizione eseguita presso l’abitazione della stessa vittima.
Per la Procura, tutti i reati contestati sarebbero aggravati dal metodo mafioso, in quanto commessi avvalendosi della forza di intimidazione del clan dei Casalesi e finalizzati ad agevolarne le attività, in particolare nel settore dello smercio di stupefacenti. Un elemento ritenuto centrale nell’impianto accusatorio, che si fonda anche sulle dichiarazioni della persona offesa e sugli accertamenti della polizia giudiziaria.
Il quadro delineato dagli inquirenti, dunque, restituisce l’immagine di un sistema in cui i legami familiari e criminali continuano a rappresentare un fattore determinante per l’esercizio del potere e delle attività illecite sul territorio. Il provvedimento emesso dal gip resta una misura cautelare adottata nella fase delle indagini preliminari e potrà essere impugnato dalla difesa. Gaetano Diana, assistito dal legale Alfredo Santacroce, è da considerarsi presunto innocente fino a eventuale sentenza definitiva.
Il 35enne è inoltre già coinvolto in un altro procedimento giudiziario: è imputato davanti alla Corte d’appello con l’accusa di aver fatto parte di un’associazione criminale dedita allo spaccio di stupefacenti con modalità mafiose, vicenda per la quale in primo grado era stato assolto.
Dal coinvolgimento nello spaccio alla collaborazione
Non solo minacce e violenze, ma soprattutto un coinvolgimento diretto nel traffico di droga: è questo il quadro emerso dalle dichiarazioni di Vitaliano Raimondo, che ha deciso di collaborare con la giustizia indicando nel cognato Gaetano Diana il punto di riferimento dell’attività di spaccio.
Secondo il racconto reso ai carabinieri e poi ribadito davanti ai magistrati della Dda di Napoli, Raimondo ha raccontato di aver iniziato a vendere sostanze stupefacenti proprio su impulso del cognato. Dopo un primo periodo di lavoro a Novara come collaboratore scolastico, al rientro in Campania sarebbe stato coinvolto nella gestione dello spaccio, inizialmente con piccoli quantitativi e poi con forniture sempre più consistenti.
Cocaina e hashish – secondo quanto riferito – gli venivano consegnate direttamente da Diana, che gestiva l’approvvigionamento e pretendeva pagamenti puntuali. Con il tempo, però, il debito accumulato sarebbe salito fino a circa 15mila euro, diventando il nodo centrale della vicenda. Raimondo ha raccontato di aver cercato di far fronte alle richieste vendendo anche a prezzi ribassati, ma senza riuscire a rientrare delle somme dovute.
Nel corso delle dichiarazioni ha ricostruito anche altri episodi legati all’attività illecita: dalla custodia di ingenti quantitativi di stupefacenti fino alla detenzione di armi e munizioni per conto del cognato. In un’occasione, ha riferito di aver ricevuto anche un giubbotto antiproiettile, poi sequestrato al momento del suo arresto avvenuto nel febbraio dell’anno scorso.
Il rapporto, descritto come stabile e continuativo con il figlio di Elio Diana, si sarebbe progressivamente incrinato proprio a causa dei mancati pagamenti. Da quel momento, secondo l’accusa, sarebbero iniziate le minacce sempre più pressanti, anche tramite messaggi vocali e telefonate, fino alle aggressioni fisiche. Vitaliano ha raccontato di essere stato picchiato e di aver subito danni alla propria abitazione, oltre a continui avvertimenti di morte.
Il timore per la propria incolumità lo avrebbe spinto a rivolgersi ai carabinieri e ad avviare un percorso di collaborazione con la giustizia. Le sue dichiarazioni, ritenute centrali dagli inquirenti, si inseriscono in un contesto investigativo più ampio, che punta a ricostruire le attività di spaccio e i legami con ambienti della criminalità organizzata riconducibili al clan dei Casalesi.
Gli elementi raccolti – tra testimonianze, chat e riscontri investigativi – saranno ora valutati per definire le responsabilità e il ruolo dei soggetti coinvolti nel presunto sistema di traffico di droga. Non è da escludere che il contributo dichiarativo di Raimondo sia andato oltre la vicenda collegata a Gaetano Diana e abbia potuto contribuire a far luce sul possibile mondo di criminalità che negli ultimi tempi si è addensato proprio intorno al cognato.
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