Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista scientifica *Nature*, ha quantificato per la prima volta in termini monetari precisi la responsabilità economica delle singole nazioni per i danni climatici globali. Questa analisi fornisce un quadro di riferimento per collegare le fonti di gas serra a impatti localizzati e misurabili.
I risultati hanno evidenziato che le emissioni prodotte dagli Stati Uniti a partire dal 1990 hanno generato danni economici mondiali per oltre 10mila miliardi di dollari fino al 2020, posizionando il Paese al primo posto in questa classifica. Segue la Cina, le cui attività hanno causato perdite stimate in 9mila miliardi di dollari nello stesso periodo.
È interessante notare come una parte significativa di questo impatto economico si ripercuota sugli stessi Paesi inquinanti. Per gli Stati Uniti, quasi un quarto del danno totale, circa 2,5mila miliardi di dollari, ha colpito l’economia interna. Tuttavia, le nazioni a basso reddito hanno subito conseguenze sproporzionate. Le emissioni statunitensi, ad esempio, hanno provocato perdite per 500 miliardi di dollari in India e per 330 miliardi in Brasile.
La ricerca, guidata da Marshall Burke della Stanford University, ha inoltre dimostrato un principio fondamentale: i danni futuri derivanti dalle emissioni passate superano di gran lunga quelli già registrati. Per esempio, una tonnellata di CO2 immessa nell’atmosfera nel 1990 ha causato 180 dollari di danni entro il 2020, ma ne provocherà altri 1.840 entro la fine del secolo.
Per rendere l’idea più concreta, un singolo volo a lungo raggio effettuato ogni anno nell’ultimo decennio comporterà quasi 25mila dollari di danni futuri entro il 2100. Questo sottolinea come le nostre azioni odierne avranno conseguenze economiche durature per decenni.
In questo contesto, un’altra analisi ha rivelato che, nonostante gli impegni presi, le emissioni globali di CO2 sono aumentate del 9% rispetto ai livelli del 2015, anno dell’Accordo di Parigi. Il mondo non è quindi sulla traiettoria giusta per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione.
Esistono tuttavia profonde differenze regionali. Mentre l’Europa e gli Stati Uniti hanno ridotto le proprie emissioni rispettivamente del 18% e dell’8%, questi progressi sono stati annullati dagli aumenti registrati altrove. Dal 2015, le emissioni della Cina sono cresciute del 21% e quelle del resto del mondo dell’11%.
Gli autori dello studio su *Nature* chiariscono che saldare i debiti per i danni già avvenuti non è sufficiente. Le emissioni del passato continueranno a erodere l’economia globale, rendendo necessarie non solo compensazioni monetarie, ma anche interventi attivi come la rimozione del carbonio dall’atmosfera.


















