NAPOLI – “Non vi chiediamo di rinunciare alla competizione, ma di non essere indifferenti alle conseguenze delle scelte che la accompagnano. Perché la vera sfida, oggi, non è solo vincere una regata, ma dimostrare che è possibile farlo senza tradire il mare e le comunità che lo abitano”. È quanto si legge nella lettera aperta della Comunità di Bagnoli e della Rete No America’s Cup, inviata ieri agli equipaggi partecipanti e agli organizzatori della 38esima America’s Cup. La rete comprende, tra gli altri, l’Assemblea Popolare di Bagnoli, Medicina Democratica, Assise di Bagnoli, Mare Libero, Villa Medusa, Lido Pola, la Rete Sociale No Box – Diritto alla Città, Ecologia Politica.
“Non siamo contro la competizione – precisano i firmatari – ma non possiamo ignorare il modo in cui questa ‘opportunità’ viene realizzata, perché solleva seri interrogativi a livello ambientale, sociale, sanitario ed etico”. Si rischia di trasformare “un evento sportivo in un’operazione dove prevalgono la logica dello sfruttamento e gli interessi economici”. La decisione di utilizzare le aree dell’ex Italsider a Bagnoli, ricordano i comitati, sta causando proteste, sia perché l’area è interessata dal bradisismo, sia perché avrebbe dovuto avere “una destinazione diversa, più coerente con i bisogni della popolazione”.
Ci sono dubbi anche sulle modalità di esecuzione dei lavori, non adeguate a garantire “la tutela della salute, dell’ambiente e del territorio”. Ci colpisce inoltre la circostanza che nessun rappresentante dell’organizzazione a tema velico abbia ritenuto importante ascoltare le associazioni attive nel quartiere e i cittadini di Bagnoli, che da anni vivono e difendono quel territorio e ne conoscono i reali problemi. Bagnoli è un’area classificata come Sito di interesse nazionale (Sin), ovvero un territorio gravemente contaminato che porta ancora il peso di bonifiche incomplete o errate.
Si rilevano sostanze altamente pericolose, tra cui Ipa (idrocarburi policiclici aromatici), Pcb (policlorobifenili), piombo, mercurio, amianto e arsenico, derivanti da decenni di attività industriali: acciaierie come l’Ilva, produzione di cemento-amianto come l’Eternit e Cementir, industrie chimiche come la Montecatini, oltre a numerose aziende correlate. Queste sostanze sono state rilevate sulle spiagge, nell’aria e sui fondali marini e la più alta concentrazione, oltre 1000 volte superiore ai limiti di legge, si registra nelle acque intorno alla “colmata”: l’area dove dovrebbero attraccare le barche e dove è prevista la costruzione delle strutture di supporto alla gara.
In zona si registra un’incidenza anomala di malattie come il mesotelioma e tumori dell’apparato respiratorio e della vescica, come attestato da fonti ufficiali. La bonifica di queste aree “non è mai iniziata e, secondo le previsioni attuali, nonostante le dichiarazioni ufficiali, non inizierà mai! In alcune aree del Sin è stata parzialmente realizzata (per quanto riguarda l’amianto), ma non completata; in altre non è mai realmente partita”. “Un evento, per quanto prestigioso, non può giustificare scelte che espongono un territorio e la sua popolazione a rischi ambientali e sanitari”.
Il sindaco e commissario straordinario Gaetano Manfredi, scrivono ancora le associazioni, “attraverso i suoi tecnici sostiene che il rischio nell’area bonificata sarà eliminato grazie a un sistema di capping e barriere considerate ‘invalicabili’, ma gran parte del sito, molto più vasta della colmata, rimarrebbe comunque esposta e diversi esperti mettono in discussione l’efficacia stessa di queste soluzioni”. Anzi, gli interventi potrebbero causare il rilascio nell’ambiente di sostanze tossiche attualmente intrappolate, o generarne di ancora più pericolose una volta riattivate in mare e a contatto con elementi come cloro, stagno o mercurio.
Altri studi dimostrano che una “blindatura” totale non può essere garantita, sia per i limiti tecnici del progetto sia per la natura del territorio: un’area fragile, soggetta a continui movimenti sismici, caratterizzata dalla presenza di falde acquifere superficiali ed esposta all’azione delle maree. Dopo le proteste a Bagnoli e le denunce depositate alla Procura della Repubblica di Napoli, “la struttura commissariale non parla più di ‘bonifica’ dei fondali ma di ‘messa in sicurezza’. Ma non si parla più di quanto previsto dal Piano Regolatore, ovvero l’eliminazione della colmata come principale fonte di inquinamento e il ripristino della linea di costa esistente prima della fase industriale. Non esiste un progetto per proteggere le aree bonificate”.
Fino alla primavera del 2025, a causa del bradisismo e degli sgomberi delle case danneggiate, le stesse istituzioni prevedevano la possibile istituzione di una zona rossa e la dichiarazione di uno stato di emergenza con piani di evacuazione dell’area per ragioni di sicurezza. Poi, improvvisamente, “la realizzazione di un evento di rilevanza internazionale è stata ritenuta compatibile, con un afflusso previsto di centinaia di migliaia di persone”. Senza contare che l’esproprio delle case degli abitanti della zona di Coroglio, giustificato dalla necessità di ospitare l’evento, costringerebbe oltre 100 famiglie a lasciare le loro abitazioni, il tutto senza coinvolgere la comunità locale nelle decisioni.

















