CASERTA – Un’alba di manette e memoria nell’agro aversano. Un cold case che pesava come un macigno sulla cronaca nera casertana da ben ventidue anni sembra essere giunto oggi a una svolta decisiva. Su delega della Procura della Repubblica di Napoli, i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Caserta hanno eseguito, alle prime luci di oggi, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di tre individui. L’accusa, pesantissima, è quella di omicidio e reati in materia di armi, aggravati dal metodo e dalla finalità mafiosa. Gli arrestati, secondo gli inquirenti, sono elementi organici al temibile Clan dei Casalesi, e in particolare alla storica fazione facente capo alla famiglia Bidognetti.
Il provvedimento, emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Napoli, è il culmine di una paziente e meticolosa attività investigativa coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea. Un lavoro che ha permesso di ricostruire, tassello dopo tassello, un delitto efferato consumato nell’aprile del 2004. Un’esecuzione spietata, avvenuta tra i comuni di Frignano e Villa di Briano, territori da sempre sotto l’influenza del clan.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, la vittima, di cui non sono state ancora rese note le generalità, cadde in una trappola mortale. Sarebbe stata attirata con un pretesto, con l’inganno tipico delle esecuzioni di “lupara bianca”, presso un impianto sportivo della zona. Lì, i suoi carnefici l’avrebbero freddata senza pietà con diversi colpi di arma da fuoco. Ma l’orrore non finì con la morte. In un macabro rituale volto a cancellare ogni traccia e a lanciare un messaggio terrificante, il corpo della vittima fu dato alle fiamme e occultato all’interno della sua stessa autovettura. Il veicolo carbonizzato venne poi ritrovato alcuni giorni dopo, lasciando dietro di sé un mistero che è durato oltre due decenni.
L’ipotesi accusatoria, avallata dal G.I.P., delinea un quadro di premeditazione e ferocia tipicamente mafiose. I tre indagati avrebbero agito in concorso, eseguendo un medesimo disegno criminoso ma con ruoli ben distinti: chi ha attirato la vittima, chi ha sparato, chi ha aiutato a occultare il cadavere. Il movente, come spesso accade nelle dinamiche interne ai clan, sarebbe stato quello di rafforzare e agevolare l’operatività del sodalizio criminale. Un’epurazione interna, forse, o la punizione per uno sgarro, finalizzata a ribadire il potere e il controllo assoluto del clan Bidognetti sul territorio. Nel corso delle indagini è stata inoltre accertata la piena disponibilità e l’utilizzo di un’arma da fuoco, detenuta illegalmente e portata in luogo pubblico proprio per commettere l’omicidio.
L’operazione odierna dimostra come, nonostante i durissimi colpi inferti dallo Stato al Clan dei Casalesi negli ultimi anni, l’ombra lunga della sua violenza continui a proiettarsi sul presente. Vecchi conti, delitti irrisolti e faide mai sopite possono riemergere grazie alla tenacia degli investigatori e a nuove prove, magari fornite da qualche collaboratore di giustizia che ha deciso di squarciare il velo di omertà.
La Procura sottolinea che i provvedimenti eseguiti sono misure cautelari disposte in fase di indagini preliminari. I destinatari, pertanto, sono da considerarsi presunti innocenti fino a una sentenza definitiva di condanna e avranno facoltà di avvalersi dei mezzi di impugnazione previsti dalla legge.


















