ROMA – La parola fine, almeno sul fronte cautelare, arriva dalla Suprema Corte di Cassazione e suona come una sentenza inappellabile: resta in carcere. Si chiudono così, con una dichiarazione di inammissibilità, le speranze di un presunto esponente di spicco del clan Russo di Napoli di lasciare la sua cella. L’uomo, indagato per reati gravissimi quali l’associazione di tipo mafioso e la gestione di un imponente giro di scommesse illegali online, vede confermata la misura della custodia cautelare in carcere disposta dal Tribunale del Riesame di Napoli.
L’inchiesta, che aveva scoperchiato un vaso di Pandora nel sottobosco criminale partenopeo, descrive un sistema tanto articolato quanto redditizio. Secondo l’impianto accusatorio, il clan Russo, storica organizzazione camorristica, avrebbe esteso i suoi tentacoli anche nel mondo virtuale, gestendo piattaforme di scommesse clandestine che garantivano flussi di denaro costanti e difficilmente tracciabili. L’indagato, secondo gli inquirenti, non era una semplice pedina, ma una figura chiave in questo business milionario, con un ruolo attivo e decisionale.
La battaglia legale si era spostata nelle aule della Capitale dopo il ricorso presentato dalla difesa. I legali dell’uomo avevano tentato di smontare il castello accusatorio pezzo per pezzo. In primis, contestando l’interpretazione data dagli investigatori ad alcune cruciali intercettazioni telefoniche, ritenute il pilastro dell’accusa. Inoltre, la difesa aveva cercato di dipingere un quadro diverso della posizione del proprio assistito, sostenendo una sua presunta e progressiva presa di distanza dal sodalizio criminale, un allontanamento che, nelle loro intenzioni, avrebbe dovuto minare l’accusa di “reale partecipazione all’associazione”.
Una tesi difensiva che, tuttavia, si è infranta contro il muro eretto dai giudici della Suprema Corte. Gli Ermellini, con una motivazione tecnica ma dal significato inequivocabile, hanno bollato il ricorso come inammissibile. La Cassazione ha infatti ribadito un principio cardine del nostro ordinamento: la sua sede non è un terzo grado di giudizio sul merito. Non può, in altre parole, effettuare una “nuova valutazione del materiale probatorio”. Il suo compito è verificare la correttezza logica e giuridica della decisione impugnata, e in questo caso, l’ordinanza del Riesame di Napoli è stata giudicata impeccabile. “Non emerge alcun profilo di illogicità o di contraddittorietà della motivazione”, si legge nel dispositivo, a conferma della coerenza del quadro indiziario raccolto.
Particolarmente tagliente è il passaggio in cui la Corte affronta la presunta volontà dell’indagato di allontanarsi dal clan. I giudici hanno messo nero su bianco un principio che fotografa le dinamiche interne alle mafie: “eventuali tensioni interne, dissapori o rivendicazioni di maggiore autonomia non sono elementi idonei a scardinare l’impianto accusatorio né a escludere la partecipazione al clan”. Un messaggio chiaro: litigare con il boss o cercare più spazio non equivale a una dissociazione, soprattutto quando si continua a operare in un settore strategico come quello delle scommesse.
Infine, la Cassazione ha blindato la decisione richiamando la ferrea disciplina cautelare prevista per i reati di mafia. La sussistenza di gravi indizi per il reato associativo (art. 416-bis c.p.) fa scattare una “presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere”. In pratica, di fronte a un’accusa così grave e fondata, il carcere è considerato l’unica misura in grado di recidere i legami con l’ambiente criminale e prevenire la reiterazione del reato. Una presunzione che, nel caso di specie, non è stata superata. Per l’uomo del clan Russo, le porte del carcere restano, per ora, saldamente sbarrate.
2026-04-20


















