Marco Delvecchio ha appeso gli scarpini al chiodo da anni, ma la disciplina del calciatore gli è rimasta addosso. Oggi ha intrapreso una seconda carriera come imprenditore immobiliare nel centro di Roma, un mondo dove, come in area di rigore, “devi fiutare l’occasione prima degli altri”. Una mentalità da attaccante che non ha mai abbandonato, nemmeno quando, agli inizi, ha cercato di nascondere la sua professione alla donna che sarebbe diventata sua moglie.
Lei lo ha scoperto direttamente allo stadio, trovando vuoto il posto accanto al suo perché Marco era in campo. Non per vergogna, ha spiegato l’ex giocatore, ma per il desiderio di essere apprezzato per la persona e non per il suo status di calciatore di Serie A. La sua carriera è stata segnata da un trasferimento che ha cambiato il suo destino. All’Inter sentiva la fiducia della società e del presidente Moratti, che gli aveva prospettato un futuro da bandiera nerazzurra.
“Due mesi dopo ero alla Roma”, ha ricordato Delvecchio, coinvolto in uno scambio con Branca. Una svolta che, col senno di poi, ha definito una fortuna. Ad accoglierlo nella Capitale ha trovato Carlo Mazzone, un allenatore che ha descritto come “un uomo spettacolare”, forte e ironico, capace di creare un gruppo unito anche senza trofei.
Con l’arrivo di Zdenek Zeman nel 1997, per Delvecchio sono iniziate le difficoltà. La Roma cercava un centravanti con caratteristiche diverse e una parte della tifoseria non ha mancato di farglielo pesare con i fischi. Da quel momento di tensione è nata la sua iconica esultanza con le mani alle orecchie. “Cominciò per sfida, poi quel gesto cambiò significato. Divenne il mio modo di celebrare la Roma e la sua gente”, ha raccontato.
La sua rivincita più grande è arrivata nei derby contro la Lazio, partite che viveva con una leggerezza che forse è stata la chiave del suo successo, specialmente contro un avversario come Alessandro Nesta. “Lo mettevo in difficoltà, e quando ci vedevamo in Nazionale mi diceva: ‘Sei diventato famoso grazie a me'”. Tra i tanti derby, quello dell’11 aprile 1999 occupa un posto speciale, con una sua doppietta e il sigillo di Francesco Totti.
Proprio Totti è stato la costante della sua avventura giallorossa, “il più grande giocatore con cui abbia mai giocato”. Un’intesa che è stata fondamentale per lo scudetto del 2001, vinto sotto la guida di Fabio Capello. L’allenatore gli chiese un grande sacrificio: giocare sulla fascia per supportare la coppia d’attacco Totti-Batistuta. Delvecchio ha accettato, e la scelta si è rivelata vincente.
Tuttavia, nella sua carriera resta un rimpianto profondo: la finale di Euro 2000 persa contro la Francia. “Rifarei tutto uguale, cambiando solo gli ultimi venti secondi”, ha confessato. Il gol di Wiltord al 93’ è stato un dolore immenso, superato solo dall’addio alla Roma.





