I ricercatori hanno identificato nell’Oceano Indiano sud-orientale quella che hanno definito una “necropoli delle balene”. Si tratta del più vasto e profondo insieme di carcasse e fossili di cetacei mai documentato, un vero e proprio giacimento sottomarino che offre nuove prospettive sugli ecosistemi abissali.
La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature, è avvenuta nella zona di Diamantina. Grazie a una serie di immersioni con il sommergibile con equipaggio Fendouzhe, un team di scienziati ha individuato cinque “cadute di balena” ancora attive e ben 476 siti fossili, distribuiti a profondità che variano tra 4.600 e oltre 7.000 metri.
Quando il corpo di un grande mammifero marino affonda, si trasforma in un’oasi di nutrimento in ambienti altrimenti poveri di cibo. Questi ecosistemi, noti come “whale falls”, attirano una grande varietà di organismi che si cibano dei tessuti e delle sostanze rilasciate dalla carcassa in decomposizione. L’enorme quantità di resti rinvenuti suggerisce che l’area possa contenere milioni di scheletri, accumulati nel corso di milioni di anni.
Tra i ritrovamenti più significativi spicca la “caduta di balena” attiva più profonda mai osservata, situata a 6.789 metri di profondità. Il record precedente si attestava a circa 4.000 metri. Le ossa di questa carcassa sono risultate ricoperte da tappeti microbici e ospitavano una comunità di animali altamente specializzati.
Tra questi organismi figurano ofiure, molluschi che vivono in simbiosi con batteri e i celebri vermi del genere Osedax, soprannominati “vermi zombie”, capaci di scavare e consumare direttamente il materiale osseo. Gli scienziati hanno inoltre trovato specie che sembrano essersi adattate a vivere quasi esclusivamente su questi resti.
L’analisi dei fossili ha rivelato reperti risalenti ad almeno 5,3 milioni di anni fa, compresi quelli di una specie di cetaceo finora sconosciuta alla scienza. Questo immenso deposito organico agisce anche come un enorme serbatoio naturale di carbonio. Secondo le stime, il materiale intrappolato equivale a migliaia di anni di accumulo della cosiddetta “neve marina”, il flusso di particelle organiche che cade dagli strati superficiali dell’oceano.
Secondo gli autori dello studio, la necropoli ha potuto funzionare per milioni di anni come una sorta di “autostrada biologica” tra i diversi ecosistemi degli abissi. Ha permesso a organismi specializzati di spostarsi da una carcassa all’altra, contribuendo in modo decisivo alla diffusione della vita nelle regioni più profonde e remote del pianeta.









