Il report “Il risparmio che non diventa capitale” del Centro studi di Confindustria Sardegna ha messo in luce una criticità per l’economia dell’isola: una parte consistente della ricchezza resta ferma, liquida o immobilizzata, e non si trasforma in capitale finanziario per sostenere innovazione e crescita.
Questa tendenza a non convertire il patrimonio in investimenti produttivi rappresenta, secondo gli analisti, una delle principali condizioni che limitano la profondità finanziaria del territorio. Di conseguenza, le aziende sarde faticano a trovare le risorse necessarie per espandersi, investire e competere sui mercati.
“Abbiamo analizzato il fenomeno, rilevante sul territorio regionale, del grande ammontare di fondi bancari che non si trasformano in investimenti”, ha sottolineato Andrea Porcu, direttore del Centro studi. “Questo agisce come un freno all’economia che abbiamo il dovere di attenuare, potenziando innanzitutto la cultura d’impresa tra i giovani”.
Secondo Porcu, le famiglie oggi tendono a non investire più per creare un lavoro autonomo per i propri figli. Al contrario, preferiscono accumulare somme che vengono poi utilizzate per finanziare periodi di studio o lavoro all’estero, o percorsi differenti dall’avviare una propria attività imprenditoriale.
Lo studio parte da una considerazione fondamentale: il divario della Sardegna rispetto alle altre regioni italiane non riguarda solo le infrastrutture o la demografia. Esiste anche una componente patrimoniale e finanziaria che incide direttamente sulla capacità delle famiglie di accumulare benessere e sulla possibilità del sistema produttivo di disporre delle risorse per investire.
Sorprendentemente, il patrimonio reale delle famiglie sarde, come case e immobili, non appare inferiore a quello medio nazionale; anzi, in termini pro capite risulta addirittura superiore. Il vero divario emerge invece sul piano della ricchezza monetaria, dove si concentra la distanza rispetto al resto del Paese.
In Sardegna, le attività finanziarie ammontano a poco più di 53 mila euro pro capite, a fronte degli oltre 100 mila euro della media italiana. Il divario è quindi di quasi 49 mila euro per abitante, posizionando la dotazione sarda a poco più della metà di quella nazionale.
L’analisi sulla composizione interna di questo patrimonio, aggiornata al 2024, ha rivelato che su un totale di 83,3 miliardi di euro, ben 32,3 miliardi (il 38,8%) sono detenuti sotto forma di liquidità. Solo 33,7 miliardi (il 40,5%) sono rappresentati da strumenti come titoli e azioni, mentre il resto include riserve assicurative e previdenziali.









