TORRE ANNUNZIATA – Dove un tempo la legge del clan dettava il ritmo delle giornate e il silenzio era l’unica difesa possibile, oggi tornano a risuonare i passi degli stivali dei Carabinieri. Tra i palazzoni grigi del “Quadrilatero”, nel rione Carceri di Torre Annunziata, il tempo sembra essersi fermato, ma non la strategia criminale. E’ qui, tra le pieghe di una periferia che nasconde ferite antiche, che le forze dell’ordine hanno inferto un nuovo, durissimo colpo a quello che resta dell’ex roccaforte del clan Gionta.
Un’operazione silenziosa, precisa, coordinata. I lampeggianti blu hanno squarciato l’oscurità del centro storico oplontino quando i carabinieri della locale compagnia, supportati dagli specialisti del Nucleo Investigativo e dagli uomini d’élite dello Squadrone Eliportato “Cacciatori Calabria”, hanno fatto irruzione. L’obiettivo non era solo il controllo del territorio, ma la caccia a quei “buchi neri” in cui la latitanza si fa ombra, in cui il tempo dell’attesa si consuma in attesa di un ordine o di una fuga.
La sorpresa è arrivata quando le pareti apparentemente anonime del rione hanno svelato i loro segreti. I militari hanno individuato due bunker perfettamente integrati nel tessuto edilizio del quartiere. Non sono semplici ripostigli, ma vere e proprie alcove per la latitanza: all’interno, l’essenziale per sopravvivere nell’invisibilità. Un letto con lenzuola pulite, un televisore acceso su mondi lontani, il segno tangibile di una vita vissuta a metà, tra l’attesa e il terrore di un bussare alla porta. Erano tane progettate per offrire protezione a chi, tra i vicoli del “Quadrilatero”, cercava di sfuggire al braccio della giustizia.
Tuttavia, il setaccio meticoloso dei militari non si è fermato ai nascondigli. Perlustrando i vani tra le strutture abusive, gli investigatori si sono trovati di fronte a un vero e proprio armamentario pronto all’uso. Quattro pistole sono state estratte dal buio: due armi vere, pronte a sputare piombo, e due repliche a salve, prive però di quel tappo rosso che ne avrebbe certificato l’innocuità, trasformandole di fatto in minacce reali per chiunque le avesse viste puntate contro. Accanto alle armi, una dotazione di guerra: 195 proiettili di vario calibro, pronti a essere inseriti nei due caricatori sequestrati. E ancora, quasi cento grammi di marijuana, insieme a sostanze da taglio, confermando che quel bunker non era solo un rifugio, ma un punto nevralgico per lo smistamento di veleni.
A chiudere il quadro di una criminalità che non lascia nulla al caso, il ritrovamento di una microcamera e di un sofisticato sistema Dvr. Gli occhi elettronici erano puntati verso l’esterno, un perimetro di sicurezza che serviva a tenere sotto controllo ogni movimento nel vicolo, a scrutare l’orizzonte in attesa di passi sospetti, cercando di anticipare l’arrivo di quella divisa che, alla fine, è riuscita comunque a entrare.
Il controllo di questa notte non è solo un atto di polizia giudiziaria; è la riconquista di una fetta di città. Il “Quadrilatero” ha mostrato ancora una volta di conservare memorie feroci, ma la risposta dello Stato è stata netta: lì dove regnava il bunker, oggi resta solo il sigillo del sequestro. La caccia a chi ancora crede di poter abitare le ombre di Torre Annunziata prosegue.







