Tennis, i campioni al limite dello stress psicofisico

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Sport tennis
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Il crollo emotivo di Jack Draper durante un match a Montreal è stato l’emblema di una crisi profonda, causata da una serie di infortuni che hanno minato il suo percorso dopo l’ingresso tra i primi tennisti del mondo. Quelle lacrime, però, rappresentano anche un segnale più ampio: il tennis professionistico è diventato una disciplina sempre più logorante, sia per il fisico sia per la mente.

Contemporaneamente, Carlos Alcaraz ha dovuto gestire un problema al polso che si è protratto più del previsto, costringendolo a rinunciare a tornei importanti come Cincinnati e mettendo in dubbio la sua partecipazione agli US Open. Anche Jannik Sinner, dopo il trionfo a Wimbledon e il malore accusato a Parigi, ha scelto un periodo di riposo per sottoporsi a controlli specifici al ginocchio, confermando la necessità di una gestione attenta del proprio corpo. A questo si aggiunge la crisi di rendimento di Stefanos Tsitsipas, un altro top player in cerca di risposte.

Per comprendere meglio le dinamiche di questo stress psicofisico, abbiamo consultato il dottor Agostino Rossoni, medico dello sport. “Il tennis moderno impone un carico biomeccanico enorme. La velocità del gioco, la potenza dei colpi e un calendario fittissimo non lasciano agli atleti il tempo per un recupero adeguato. Si viaggia costantemente tra continenti diversi, cambiando superfici e fusi orari. Quando il corpo non recupera, il rischio di infortuni da sovraccarico aumenta esponenzialmente”.

I casi specifici sono la prova di questa tendenza. “Le articolazioni come polsi e ginocchia sono sottoposte a microtraumi continui e a cambi di direzione violenti”, ha aggiunto Rossoni. “Senza una programmazione mirata dei carichi e del riposo, diventa quasi inevitabile affrontare problematiche fisiche che possono compromettere una stagione o una carriera”.

L’usura, tuttavia, non è solo fisica. Il professor Aldo Grauso, psicologo dello sport, ha analizzato la componente mentale. “La pressione mediatica e le aspettative sono cresciute a dismisura. Ogni risultato viene esaminato, ogni gesto analizzato sui social network. Questo crea un carico cognitivo che, sommato alla fatica fisica, può portare a un crollo emotivo, come nel caso di Draper”.

Il tennis, inoltre, è uno sport individuale che amplifica la solitudine dell’atleta. “In campo si è soli con le proprie paure e frustrazioni, specialmente durante il recupero da un infortunio”, ha spiegato Grauso. “La frase di Sinner, ‘non sono un robot’, è stata molto significativa. Questi campioni sono esseri umani con limiti e fragilità. Riconoscerlo e chiedere supporto psicologico è un atto di forza, non di debolezza, fondamentale per una carriera sostenibile”.

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