Paolo Maldini ha rotto il silenzio sul suo breve ma intenso rapporto con la FIGC, facendo luce sulle dinamiche che hanno caratterizzato la discussione per la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale. In una recente intervista, ha affrontato direttamente le voci che indicavano Antonio Conte come candidato imposto dalla Lega Serie A, offrendo una versione differente dei fatti.
Contrariamente alla narrazione comune, Maldini ha affermato di non aver mai ricevuto un’indicazione formale su un nome specifico. “Io ho parlato con Marotta, con Percassi, con altri presidenti e dirigenti, e nessuno mi ha fatto un nome”, ha dichiarato, smentendo l’idea di una candidatura unica e vincolante proveniente dai club. Questa rivelazione sposta il focus da una presunta imposizione a una questione di principio e metodo.
Il cuore del problema, per l’ex capitano del Milan, è sempre stato il concetto di autonomia, una condizione che gli era stata garantita al momento dell’ingaggio. “Tante volte mi è stata assicurata l’autonomia”, ha sottolineato. La sua logica è apparsa stringente: “Se devo venire qua e due nomi sono già scelti, uno da Malagò e uno dalla Lega, che senso ha chiamarmi?”. La sua partecipazione era legata alla possibilità di costruire un progetto tecnico condiviso in modo genuino, non di ratificare decisioni già prese in altre sedi.
L’ex dirigente ha comunque precisato che i rapporti con la Lega Serie A sono stati formalmente corretti. L’organo dei club si era dimostrato collaborativo, garantendo anche un eventuale supporto economico per facilitare l’arrivo di un allenatore di alto profilo. “La Lega è stata corretta, mi ha anche garantito: se c’è da dare una mano sul piano economico, noi ci siamo”, ha ammesso Maldini.
Nonostante ciò, la percezione di preferenze esterne, seppur non formalizzate, ha minato alla base il presupposto della sua missione. “Che avessero un loro preferito, ci sta. Ma se chiedi collaborazione, e prevedi un progetto condiviso, poi devi condividerlo”. Le sue parole hanno messo in evidenza una divergenza non tanto sui nomi, quanto sulla governance e sul potere decisionale. La sua esperienza si è dunque conclusa non per un disaccordo su Conte o altri profili, ma per la difesa di un principio irrinunciabile: la libertà di scelta come fondamento di ogni responsabilità tecnica.









