L’ex attaccante Bruno Giordano ha compiuto 70 anni, un traguardo vissuto in un periodo di profondo dolore per la recente scomparsa della moglie Susy, con cui ha condiviso 45 anni di vita. “Tutto quello che sono lo devo a lei, è merito suo”, ha confidato, sottolineando la necessità di mostrarsi sereno per i figli, nel ricordo di una vita felice insieme.
La sua carriera è stata un percorso ricco di successi e difficoltà. Ha ripercorso gli esordi alla Lazio, quando l’allenatore Tommaso Maestrelli intuì le sue potenzialità. Dopo la partenza di Giorgio Chinaglia per l’America, Maestrelli gli consegnò la maglia numero 9, trasformandolo da “falso nueve” ispirato a Cruijff a un vero e proprio centravanti. Giordano ha ricordato quel gruppo laziale come una squadra “con personalità pazzesche”, capace di scontrarsi in allenamento per poi combattere unita la domenica.
Ha anche confermato un aneddoto leggendario di quegli anni: la presenza di pistole nello spogliatoio. “Credo che a un certo punto fossimo solo io e Felice Pulici a non possederne”, ha raccontato, descrivendo un episodio prima di una partita ad Ascoli in cui alcuni compagni si esercitarono al tiro su una carcassa d’auto.
Un capitolo doloroso della sua storia è stato il primo scandalo scommesse del 1980, che lo ha coinvolto pesantemente. “Condannato per non aver commesso il fatto”, ha ribadito, spiegando di essere stato assolto dalla giustizia ordinaria ma squalificato per quasi due anni da quella sportiva. Questa sanzione gli ha precluso la partecipazione al Mondiale del 1982, vinto dall’Italia. “Sarei stato campione del Mondo. Pazienza, è andata così”.
Il riscatto è arrivato a Napoli, dove ha formato una coppia d’attacco formidabile con Diego Armando Maradona, definito “il più grande di tutti i tempi”. Con lui, Giordano è stato protagonista del primo, storico scudetto del club partenopeo. Ha ricordato con orgoglio anche il trio “Ma.Gi.Ca.”, composto da Maradona, Giordano e Carnevale, poi sostituito da Careca.
Tuttavia, anche l’esperienza napoletana ha lasciato qualche rimpianto, come la mancata conquista del secondo scudetto dopo una sconfitta contro il Milan e le successive tensioni interne che, a suo dire, furono gestite male dalla dirigenza. “Brucia ancora e fa assai male”, ha ammesso, pensando a quel titolo sfumato contro una squadra che sarebbe poi diventata campione d’Europa e del Mondo.
Infine, ha voluto ricordare le rivalità sane del passato, come quelle nei derby di Roma contro Bruno Conti e Agostino Di Bartolomei, icone della Roma ma soprattutto amici fuori dal campo. “L’addio di Ago è stato drammaticamente doloroso, una vera ferita”, ha concluso.




