Altafini: ‘Eroe del Milan, oggi vivo con 900 euro’

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Cronache sport calcio
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José Altafini, l’eroe che ha regalato al Milan la sua prima Coppa dei Campioni nel 1963, si è raccontato in una lunga intervista. A 88 anni, l’ex attaccante brasiliano naturalizzato italiano ha ripercorso una vita tra trionfi sportivi e una quotidianità inaspettata, svelando aneddoti e opinioni taglienti.

Il ricordo più iconico della sua carriera resta la finale di Wembley contro il Benfica, decisa da una sua doppietta dopo il vantaggio portoghese firmato da Eusébio. “Il merito di quella vittoria fu di Cesare Maldini e di un infortunio”, ha spiegato Altafini. Ha raccontato come Maldini, direttamente dal campo, decise di cambiare la marcatura su Eusébio affidandolo a Trapattoni, e di come il Benfica abbia giocato a lungo in inferiorità numerica per un infortunio, in un’epoca senza sostituzioni.

Di quella serata memorabile, non gli sono rimasti cimeli. “La maglia me la sfilò un tifoso, le scarpe chissà. Mi è rimasto solo un durone sul polpaccio per un calcio ricevuto”, ha confessato, aggiungendo che il ricordo più caro è l’abbraccio con l’allenatore Nereo Rocco a fine partita, a cui confidò la sua felicità sapendo che il tecnico avrebbe lasciato il club.

Oggi la vita di Altafini è molto diversa. Vive ad Alessandria e, nonostante la fama, la sua situazione economica è lontana da quella dei calciatori moderni. “Prendo la pensione sociale, 900 euro. Per questo lavoro ancora”, ha dichiarato. L’ex campione è testimonial per un’azienda di campi in erba sintetica, un ruolo che lo porta a viaggiare spesso in auto. “Faccio anche 300 chilometri al giorno. L’auto per me è una casa, è lì che faccio tutti i miei pensieri”.

Nonostante l’addio burrascoso al Milan, a causa di continui dissidi con il dirigente Gipo Viani, il club è rimasto nel suo cuore. “Sono andato via perché dopo ogni sconfitta mi accusava. Chiesi io di essere venduto e andai al Napoli”, ha ricordato. Il suo giudizio sul Milan attuale è critico: “Mi sembra abbiano preso tanti giocatori che non danno impulso. Ero già stufo di vedere Leao, sembra che giochi per farti un favore”.

Nella sua lunga vita, Altafini ha maturato due rimpianti. Il primo riguarda il nome: “Avrei dovuto farmi chiamare Zezo, come mi chiamava mia mamma. Con la storia di Mazzola e Altafini si è creata solo confusione”. Il secondo è legato al suo atteggiamento: “Ero innamorato del calcio ma non pensavo solo a quello, facevo sempre scherzi e nessuno mi ha mai preso sul serio”. L’emozione più grande, ha precisato, non è sportiva ma privata: il legame con la sua seconda moglie, che dura da cinquant’anni. Guardando al futuro, ha espresso un desiderio: che le sue ceneri vengano disperse nel Po, “perché finisce nel mare e, non si sa mai, che da lì tornino in Brasile”.

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