Nazionale, Rivera duro su Mancini: ‘È un oltraggio’

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Cronache Mercato
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Gianni Rivera ha sferrato un attacco durissimo contro la scelta della Federazione Italiana Giuoco Calcio di riportare Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale. L’ex Pallone d’Oro non ha usato mezzi termini, definendo l’operazione “un oltraggio verso i tifosi e i giocatori”, parole che pesano come macigni sul potenziale ritorno del commissario tecnico campione d’Europa nel 2021.

La critica dell’icona del calcio italiano affonda le radici nel burrascoso addio del tecnico, avvenuto tre anni fa. La decisione di Mancini di lasciare l’azzurro per accettare la ricchissima offerta della nazionale dell’Arabia Saudita è stata vissuta da molti come un tradimento, una scelta dettata più da logiche economiche che da un progetto sportivo. Per Rivera, questo ritorno suonerebbe come una beffa inaccettabile.

Le sue dichiarazioni sono emerse durante una lunga intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano, partita da un tema apparentemente diverso: la causa legale che la bandiera del Milan ha intentato contro Electronic Arts. L’ex calciatore ha contestato l’utilizzo non autorizzato della sua immagine nei celebri videogiochi della serie FIFA, un contenzioso che ha offerto lo spunto per una riflessione più ampia sul sistema calcio.

“Il mondo del football, da Blatter a Infantino, ha sempre avuto il denaro come padrone”, ha sostenuto con forza Rivera. Secondo la sua analisi, finché gli interessi economici prevarranno su quelli sportivi, il calcio non potrà mai veramente cambiare e riformarsi. Questa visione critica investe l’intero sistema, dai vertici mondiali fino alla gestione quotidiana dei club.

L’analisi si è poi spostata sulla figura dei calciatori contemporanei. “I giocatori oggi sono aziende e fanno squadra con gli altri solo in campo”, ha affermato, descrivendo un panorama in cui l’individualismo imprenditoriale ha soppiantato il senso di appartenenza e lo spirito di gruppo che un tempo animavano gli spogliatoi. Una trasformazione che, a suo dire, impoverisce il gioco stesso.

Rivera ha anche riflettuto sul suo ruolo personale all’interno delle dinamiche del calcio italiano, da cui è lontano da decenni. “Io sono scomodo, ieri come oggi, perché le mie idee disturbano da sempre il potere”, ha ammesso con una punta di amarezza, riconoscendo la difficoltà di portare avanti battaglie contro un sistema consolidato e più forte.

Un altro punto cruciale della sua disamina ha riguardato i settori giovanili, che ritiene fondamentali per il futuro del movimento. “Nei vivai servono maestri di calcio, non strateghi della tattica”, ha dichiarato, sottolineando l’urgenza di tornare a insegnare i fondamentali tecnici e i valori dello sport, piuttosto che concentrarsi ossessivamente su schemi e risultati immediati.

Infine, l’affondo più duro è stato riservato alla categoria dei procuratori. Senza esitazioni, Rivera li ha definiti “la vera peste” del calcio moderno. A suo parere, il loro potere smisurato e la costante ricerca del profitto personale hanno inquinato il mercato e compromesso la crescita sana dei talenti, trasformando i calciatori in mere merci di scambio.

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