Petrone-Puccinelli, 21 controlli non fermano il bunker della droga: smantellato al mattino, riaperto poche ore dopo

L’ordinanza sul clan Petrone-Puccinelli ricostruisce oltre un anno di interventi in via Tertulliano: sigilli violati, telecamere reinstallate, corrente rubata e droga eliminata negli scarichi

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Antonio Martino, Raffaele Pezzuti, Massimo De Solda, Luigi Nocera fermati nel blitz contro i Petrone-Puccinelli
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NAPOLI – Al mattino i vigili del fuoco avevano smontato la cancellata e la porta blindata. I carabinieri avevano apposto il nastro e il cartello di sequestro all’ingresso. Alle 16.05, poche ore dopo, nel seminterrato di via Tertulliano 34 c’erano già due persone impegnate a ripulire il locale dai calcinacci. Per gli investigatori stavano preparando la riapertura del bunker della droga. I sigilli erano stati rimossi e lasciati sul pavimento. È l’episodio che meglio racconta la capacità della piazza di spaccio del Rione Traiano di sopravvivere agli interventi delle forze dell’ordine. L’ordinanza cautelare che ha portato al blitz contro il gruppo ritenuto legato al clan Petrone-Puccinelli mette in fila 21 controlli e operazioni compiuti tra settembre 2024 e dicembre 2025. Porte sfondate, denunce, sequestri e impianti smontati non sarebbero bastati. «Gli indagati hanno costantemente proseguito nell’attività di spaccio», scrive il gip, sottolineando come gli interventi non avessero prodotto alcun effetto dissuasivo.

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Il bunker protetto dalla porta blindata

Non era una semplice cantinola trasformata in punto vendita. Il seminterrato era stato attrezzato per rallentare ogni irruzione. Prima una robusta cancellata metallica, poi una porta blindata. All’esterno le vedette controllavano gli accessi e lanciavano l’allarme gridando «Mario» quando vedevano avvicinarsi carabinieri o polizia. Nel frattempo, chi era all’interno avrebbe avuto il tempo di eliminare la droga e ripulire il locale.

Il 27 maggio 2025 i militari notarono Pasquale Sica mentre tentava di uscire dal palazzo. Alla vista delle forze dell’ordine, l’uomo sarebbe rientrato immediatamente, chiudendo il portone. I carabinieri riuscirono a entrare nello stabile grazie a un condomino, ma si trovarono davanti la cancellata e la porta blindata. Furono necessarie ripetute intimazioni prima che qualcuno decidesse di aprire.

Dentro non venne trovata droga. C’erano però forbici, carte rigide e buste di cellophane, materiale ritenuto compatibile con il confezionamento delle dosi. Soprattutto, in un angolo era stato sistemato un secchio pieno d’acqua. Secondo gli investigatori serviva a sciogliere rapidamente lo stupefacente in caso di blitz. Ciro Volonnino aveva con sé 630 euro in banconote di vario taglio, poi restituiti perché non fu possibile dimostrarne nell’immediato la provenienza illecita.

Mentre era ancora in corso il controllo si presentò Maurizio Attanasio. Domandò a un carabiniere se nel bunker ci fosse Sica. Quando il militare gli chiese il motivo, rispose in dialetto: «Se sta loco abbasc’, l’aggia vattere, l’aggia schiattà ’a capa». Sica si affacciò dal portone e Attanasio, prima di allontanarsi in scooter, gli avrebbe mimato con la mano l’intenzione di picchiarlo.

L’allarme al grido di “Mario”

La parola d’ordine attraversa l’intero fascicolo. Il 23 settembre 2025, all’arrivo dei carabinieri, una vedetta avrebbe gridato più volte «Mario» per avvertire le persone presenti nel seminterrato. La scena si ripeté il 23 ottobre e il 6 novembre.

Il 19 novembre i militari decisero di osservare a distanza quanto accadeva intorno al civico 34. In poche ore videro entrare nel palazzo sette probabili acquirenti. All’esterno Stefano Palermo, Luigi Delle Donne, Ciro Volonnino e Giorgio Saggiomo si sarebbero alternati nei punti di osservazione tra l’ingresso del palazzo e l’incrocio con viale Traiano. Alle 9.07, al passaggio di un’autoradio dei carabinieri, partì nuovamente il grido d’allarme.

Alle 9.55 scattò l’intervento. Palermo, seduto su uno sgabello vicino alla scalinata, avrebbe gridato ancora «Mario». I carabinieri superarono il portone del palazzo, ma trovarono chiuse sia la cancellata sia la porta blindata. Dopo ripetute intimazioni riuscirono a entrare e trovarono nel seminterrato Volonnino, Delle Donne, Saggiomo e Gianluca Valvo.

La perquisizione non consentì di recuperare sostanze stupefacenti. I quattro avevano complessivamente 610 euro. Sul pavimento c’era un televisore con lo schermo danneggiato, indicato dagli investigatori come il monitor sul quale venivano proiettate le immagini delle telecamere esterne. Alle pareti erano appese numerose buste di cellophane.

Il bunker ‘autorizzato’ dai Petrone-Puccinelli che chiude e riparte

Il personale della società elettrica accertò inoltre la presenza di un furto di energia. I vigili del fuoco rimossero la cancellata e la porta blindata. I carabinieri sequestrarono nuovamente il locale e sistemarono all’ingresso il nastro e il cartello con l’indicazione del vincolo.

Sembrava la fine del bunker. Durò poche ore.

Alle 16.05 i militari tornarono in via Tertulliano e trovarono Salvatore Caruso e Miguel Angel Medina Martinez nel seminterrato. Secondo l’accusa, avevano rimosso i sigilli e stavano ripulendo il locale dai calcinacci provocati dallo smontaggio delle protezioni. Per gli investigatori l’obiettivo era ripristinare al più presto lo stato dei luoghi e riattivare la piazza di spaccio. Il nastro dei carabinieri e il cartello di sequestro erano ancora sul pavimento.

Le telecamere smontate e reinstallate

Anche il sistema di sorveglianza veniva ricostruito. Il 17 ottobre 2025 carabinieri e vigili del fuoco salirono sul tetto del caseggiato. Trovarono DVR, trasmettitori, cablaggi e microtelecamere puntate sulle strade circostanti. Le inquadrature coprivano via Tertulliano, viale Traiano, via Menenio Agrippa, il retro del palazzo e l’area del giardino pubblico.

Un acquirente interrogato dagli investigatori parlò di un sistema composto da circa venti telecamere, attraverso le quali era possibile controllare via Tertulliano dal civico 34 fino al civico 130. Raccontò che, mentre si trovava nel bunker, l’addetto al monitor aveva visto un carabiniere ispezionare un veicolo e aveva lanciato l’allarme. Gli altri presenti avevano immediatamente iniziato a disfarsi della sostanza.

Il 19 novembre, durante una nuova ispezione sul tetto, fu trovato un altro impianto. Le telecamere erano state reinstallate dopo il precedente sequestro. Per il gip è uno degli elementi che dimostrano la capacità del gruppo di ricostruire rapidamente le protezioni necessarie a garantire l’attività della piazza.

Gli scarichi azionati prima di aprire

Il 26 novembre i carabinieri tornarono nel seminterrato. Anche questa volta la cancellata e la porta blindata furono aperte con notevole ritardo. Prima di entrare, i militari sentirono il rumore continuo degli scarichi del bagno. Per gli investigatori, in quei minuti le persone presenti stavano eliminando la droga.

All’esterno era stato lanciato ancora una volta l’allarme «Mario». Dentro vennero trovati Volonnino, Daniele Nocera e Carlo Romano. Nocera aveva 380 euro, Volonnino 210 e Romano 85. Volonnino fu trovato anche in possesso di un coltello a serramanico.

L’ultimo episodio elencato nell’ordinanza risale al 4 dicembre 2025. Nonostante il sequestro, Pasquale Borsella e Daniele Nocera sarebbero entrati nuovamente nel locale. Avevano rispettivamente 690 e 525 euro in contanti. Furono sequestrate anche buste di cellophane ritenute utilizzabili per confezionare le dosi.

Ventuno interventi in poco più di un anno non erano riusciti a fermare il bunker. Le telecamere venivano sequestrate. E poi ne comparivano di nuove. Quando venivano rimossi cancellata e blindata, qualcuno tornava a ripulire il locale. Quando scattavano i controlli, le vedette lanciavano l’allarme e nel seminterrato entravano in funzione acqua e scarichi.

Il bunker di via Tertulliano non era soltanto una stanza. Era un sistema costruito per resistere e rigenerarsi. Le accuse dovranno ora superare il vaglio del processo, nel rispetto della presunzione di innocenza delle persone coinvolte. Ma si spera che finalmente il colpo assestato al gruppo, possa portare a uno smantellamento definitivo della piazza.

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