Inchiesta Alta Velocità, la Dda: Di Lillo mediatore dei bonifici. Avrebbe aiutato Dante Salzillo a trasferire in Egitto 300mila euro

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Domenico Di Lillo e Dante Salzillo
Domenico Di Lillo e Dante Salzillo
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MARCIANISE – Muoversi tra imprenditori e società, trovare chi fosse disposto a far transitare denaro e trasformare i bonifici in contanti. È il ruolo che la Dda di Napoli attribuisce a Domenico Di Lillo, detto ’o pulusiello, nell’inchiesta sul presunto sistema di affari e corruzione emerso attorno ai cantieri dell’Alta velocità Napoli-Bari. Il fulcro dell’indagine è il rapporto che, secondo la Procura, si sarebbe creato tra la Areco srl e alcuni responsabili dei consorzi Nacav, Hirpinia Av e Telese. In cambio di denaro e altre utilità, l’impresa sarebbe stata favorita con affidamenti diretti, subappalti, lavori in economia, pareri favorevoli e accelerazioni dei pagamenti. Dante Salzillo, ritenuto dalla Dda il perno del sistema insieme al fratello Raffaele, avrebbe messo a disposizione contanti, cene, telefoni, orologi, l’uso di una Porsche Macan, un trattorino tagliaerba e per la Dda, Salzillo avrebbe inoltre favorito l’ingresso nei lavori pubblici di imprese ritenute vicine ai Belforte e fatto assumere persone segnalate dal gruppo. Si tratta, anche in questo caso, di accuse ancora da verificare nel contraddittorio.

Il nome di Di Lillo compare nel capitolo della complessa indagine relativo al tentativo di trasferire in Egitto circa 300mila euro destinati
all’acquisto di un immobile per conto del dipenden- te Ali Salah Ali Abdelati. Per la Procura, Salzillo si sarebbe rivolto a Di Lillo affinché individuasse società disponibili a far passare il denaro attraverso fatture per operazioni inesistenti. Durante un incontro del 12 settembre 2024, Di Lillo si sarebbe detto disponibile a organizzare due primi bonifici da 40mila euro. L’operazione avrebbe coinvolto la MF srls e la Geotec Work srls. Quest’ultima emise una fattura da 65mila euro, ritenuta fittizia dalla Dda, mentre la MF dispose un primo bonifico da 24mila euro.

Salzillo comunicò poi a Salah che Di Lillo “si è preso 23” e inviò la foto di un uomo, identificato dagli inquirenti in Di Lillo, con un involucro
sotto il braccio. Per l’accusa avrebbe contenuto 23mila euro. La mediazione avrebbe previsto una trattenuta del 10 per cento. Il profilo delineato dalla Dda poggia anche sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Pasquale Di Giovanni sostenne che Di Lillo fosse
utilizzato dal clan Belforte per incassare assegni provenienti dall’usura tramite società intestate a prestanome. Bruno Buttone, altro pentito, lo ha descritto come un imprenditore della tinteggiatura che avrebbe “sempre gravitato» attorno ai Belforte, svolgendo lavori per gli
affiliati e accompagnando esponenti del gruppo.

Salvatore Belforte, nella sua breve parentesi di collaborazione con la giustizia, raccontò di averlo utilizzato come autista. Camillo Belforte lo ha, invece, collegato a intestazioni fittizie e false fatturazioni, precisando di non averlo mai visto spacciare. Giovanni Buonanno, ex affiliato che pochi anni fa ha cominciato a parlare con i magistrati, ha di- chiarato che, tra il 2005 e il 2007, Di Lillo avrebbe acquistato da lui cocaina. Si tratta di dichiarazioni e ipotesi investigative confluite in una richiesta cautelare, non di fatti definitivamente accertati. Le contestazioni dovranno essere vagliate dal giudice nel contraddittorio con le difese. Di Lillo, Salzillo e gli altri indagati sono innocenti fino a un’eventuale condanna irrevocabile.

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