VILLA LITERNO – Nessun “strappo” alle regole per i detenuti sottoposti ai regimi di massima sicurezza. Il boss Massimo Ucciero, 46 anni, figura di spicco della criminalità organizzata con base ed egemonia a Villa Literno, non potrà acquistare né consumare vino o birra nella sua cella all’interno della casa di reclusione di Oristano. A stabilirlo in maniera definitiva è la prima sezione penale della Corte di Cassazione con una sentenza depositata diversi giorni fa, che ha accolto pienamente il ricorso promosso dall’avvocatura dello Stato per conto del Ministero della Giustizia, del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) e della direzione della casa circondariale di Cagliari.
La complessa battaglia legale si trascinava dal maggio del 2025. Inizialmente, il magistrato di Sorveglianza di Cagliari aveva accolto il reclamo avanzato dal boss liternese, autorizzandolo ad acquistare e consumare bevande alcoliche all’interno dell’istituto di pena. Il giudice monocratico aveva sostenuto che il divieto generalizzato imposto dall’amministrazione penitenziaria violasse i principi di proporzionalità e ragionevolezza, in assenza di comprovate esigenze organizzative o di sicurezza direttamente riferibili alla condotta di Ucciero. Una linea successivamente confermata anche dal tribunale di Sorveglianza di Cagliari che, il 4 novembre 2025, aveva rigettato il ricorso del Dap. Secondo i giudici sardi, il consumo modico di alcolici non poteva essere negato in via astratta neppure ai detenuti appartenenti al circuito di Alta Sicurezza, suggerendo alla direzione del carcere di adottare semplici misure di controllo preventivo (come registri dei consumi o verifiche a campione) analogamente a quanto avviene per le sigarette.
Di parere diametralmente opposto si è invece mostrata la Corte di Cassazione, accogliendo in toto anche le conclusioni del sostituto procuratore generale Marco Paternello, che aveva richiesto l’annullamento senza rinvio dell’ordinanza. I giudici della Suprema Corte hanno chiarito un fondamentale principio di diritto: la richiesta di poter acquistare e consumare alcolici in cella non riguarda un diritto soggettivo del detenuto (come il diritto a un’alimentazione salubre e adeguata), bensì una mera modalità organizzativa e gestionale della vita all’interno degli istituti di pena. Come si legge nel testo della decisione redatta dal Consigliere Micali, “in tema di ordinamento penitenziario, il provvedimento dell’Amministrazione penitenziaria che neghi al detenuto l’autorizzazione all’acquisto e al conseguente consumo di vino o birra non è suscettibile di reclamo giurisdizionale, non incidendo su un diritto soggettivo del ristretto, ma attenendo alle modalità organizzative del trattamento penitenziario e della vita intramuraria”.
La Suprema Corte ha sottolineato che lo stato di detenzione comporta inevitabili ed ermetiche limitazioni alla sfera personale, finalizzate primariamente al mantenimento dell’ordine, della disciplina e della sicurezza negli istituti. Tali restrizioni sono ancora più stringenti per i soggetti reclusi nei circuiti ad Alta Sicurezza per reati di spessore mafioso. Con l’annullamento senza rinvio dei precedenti provvedimenti favorevoli ad Ucciero, la Cassazione ha messo la parola fine alla vicenda, ribadendo che la discrezionalità sulla somministrazione di alcolici spetta esclusivamente all’amministrazione penitenziaria e non può essere oggetto di sindacato da parte della magistratura di Sorveglianza. Per Ucciero dunque, le porte dello spaccio interno per le bevande alcoliche rimarranno definitivamente chiuse. Il caso del consumo di alcol in carcere ha riguardato Antonio Tedde e Massimo Ucciero, entrambi ristretti nel circuito di alta sicurezza del carcere sardo. Tedde è noto alle cronache giudiziarie per reati legati al narcotraffico in Sardegna, Ucciero (in carcere dal 2002) ha precedenti connessi alla camorra dei Casalesi per l’omicidio di Raffaele Di Fraia, ex guardiano dei Regi Lagni. I due avevano presentato istanza per acquistare alcol attraverso lo spaccio del carcere.




