Elezioni Usa, la Waterloo di Donald

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Vincenzo D'Anna
Vincenzo D'Anna
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I sondaggi della vigilia, che davano il Partito Democratico in vantaggio su quello Repubblicano, hanno colto nel segno. La sconfitta dell’”Elefantino”, simbolo dei Repubblicani, è chiara e inequivocabile e assegna la maggioranza ai Democratici sia alla Camera sia al Senato. Persi anche alcuni Stati nei quali, da tempo immemorabile, venivano eletti governatori repubblicani: ben cinque sono passati ai Democratici, tra cui il Texas e l’Ohio, da sempre roccaforti dei conservatori.

I seggi assegnati sono 54 ai Democratici e 44 ai Repubblicani al Senato, un divario che diventa ancora più ampio alla Camera dei Deputati, dove il rapporto di forze è di 228 a 139 seggi. Insomma, a Donald Trump restano le prerogative presidenziali, diverse per natura ma esercitabili solo se circoscritte ed aventi valore per breve tempo. Tra queste, la possibilità di emanare ordini esecutivi e il diritto di veto sulle leggi di iniziativa parlamentare, che tuttavia non potrà essere brandito come una clava con eccessiva frequenza.

La doppia maggioranza in entrambe le Camere consente anche di poter invocare la procedura dell’impeachment, ossia le mozione del Presidente in carica. Una spada di Damocle che pende sul collo di “The Donald” . Vasta l’eco suscitata nel mondo dalla debacle del Presidente in carica, così come diffuso è il sospiro di sollievo in molte cancellerie europee, nella speranza che l’anatra zoppa non possa più imperversare in politica estera, né indulgere nel gigionesco modo di contraddirsi a seconda della convenienza.

Il tycoon ha ammesso la sconfitta e dichiarato di accettare il responso elettorale. Nelle prossime settimane sapremo concretamente se si tratti di un sincero convincimento oppure di un espediente per non farsi affibbiare dalla stampa e dall’opinione pubblica statunitense la definizione di perdente inconsolabile. Espressione, quest’ultima, coniata dal repubblicano Richard Nixon allorquando, nella sfida presidenziale del 1960, sia pure favorito, uscì sconfitto dal democratico J. F. Kennedy senza recriminare il che gli consentì di vincere poi nella successiva tornata elettorale.

Comunque sia, una pagina nuova e una svolta politica si sono determinate appena due anni dopo la chiara vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali del 2024. Quali siano le cause che hanno determinato un risultato di tali dimensioni non è facile dirlo: occorreranno tempo e un’approfondita analisi socioeconomica. Sono molteplici i fattori che hanno inciso su un cambiamento politico così significativo in un lasso di tempo tanto breve.

È però convinzione comune degli opinionisti politici e dei maggiori quotidiani statunitensi che stavolta sia cambiata la strategia politica dei Democratici, i quali hanno diversificato i loro programmi e l’approccio utilizzato in passato, risultando attrattivi per una base elettorale molto più ampia. Da partito dei diritti civili, della difesa delle minoranze etniche e della migrazione di massa, del Welfare, e punto di riferimento del ceto più acculturato e avveduto della nazione, concentrato per lo più nelle grandi metropoli americane, i Democratici hanno ottenuto anche il voto della gente comune. Per loro hanno votato operai, agricoltori, minoranze etniche e piccoli imprenditori. Un universo di riferimento molto più ampio, determinatosi per la diffusa preoccupazione legata al caro vita, alla guerra con l’Iran e alla solidarietà accordata a Israele anche quando la repressione contro i palestinesi a Gaza ha raggiunto dimensioni inaccettabili, conseguenza della politica della Casa Bianca. E ciò sarebbe avvenuto, sostanzialmente, perché stavolta i Democratici si sono interessati anche di materia economica, che era quasi esclusivamente presente nei programmi dei repubblicani. Una riflessione e un impegno sul terreno dell’economia nazionale e internazionale, della politica dei dazi e dell’autarchia produttiva vagheggiata ed imposta da Trump, hanno consentito loro di comprendere finalmente che l’economia non è materia riservata ai ricchi e ai grandi Paperoni repubblicani, ma, con la sicurezza dei cittadini, un aspetto di vasto interesse, sia del ceto popolare che della più agiata classe media americana. Insomma tutti accomunati vessati e dal rincaro delle bollette energetiche e della benzina, dall’aumento dei prezzi al consumo, causati da una politica economica e da una politica estera avventurose e prive di ricadute benefiche per la popolazione. Insomma, i proclami roboanti e le certezze ostentate dal Presidente in carica, secondo cui sarebbe riuscito a porre fine alle guerre e a rendere l’America più ricca, si sono rivelati inutili e contraddittori, dal momento che hanno finito per rinfocolare altri conflitti e aggravare la crisi economica. Trump sostiene che la sconfitta sia dovuta all’assenza del proprio nome sulla scheda elettorale, accreditandosi così il potere di calamitare i voti. Un atteggiamento di tipo napoleonico, che rimarca, ancora una volta, l’egocentrica smania di grandezza che lo pervade. Tuttavia, al grande Bonaparte lo avvicina soltanto il fatto di aver subito la medesima, amara sconfitta di Waterloo.

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