Addio a Guccini, la voce che ha raccontato l’Italia

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Francesco Guccini
Francesco Guccini

BOLOGNA – Alla fine Francesco Guccini è tornato davvero a casa. A Pàvana, il piccolo paese dell’Appennino tosco-emiliano che aveva trasformato in un luogo dell’anima prima ancora che in un punto sulla carta geografica, si è spento a 86 anni uno degli ultimi grandi cantastorie italiani. Accanto a lui c’erano la moglie Raffaella e la figlia Teresa. Se ne va un artista che ha attraversato quasi sessant’anni di storia del Paese senza mai rincorrere il successo, le classifiche o le mode, ma inseguendo soltanto la forza delle parole. E forse è proprio per questo che quelle parole sono rimaste.

Ci sono versi che appartengono ormai alla memoria collettiva quanto le pagine dei grandi romanzi. “Lunga e diritta correva la strada”, “Ma s’io avendo previsto tutto questo, dati causa e pretesto…”. Basta pronunciarne l’inizio perché il resto affiori spontaneamente nella memoria di chi li ha amati. Guccini non scriveva semplici canzoni: costruiva racconti, dava voce agli ultimi, agli inquieti, agli innamorati, ai disillusi, agli uomini e alle donne che cercavano un posto nel mondo. Dentro quelle storie c’erano la politica, la storia, la provincia, le osterie, le montagne, i treni, le amicizie, gli amori finiti, il tempo che passa. C’era, soprattutto, l’Italia.

Per decenni è stato indicato come il cantautore della sinistra, quasi fosse un’etichetta inevitabile. Lui l’ha sempre rifiutata con il suo sorriso disincantato, spiegando di non essere mai stato comunista, ma un uomo profondamente libertario, affascinato dall’anarchia più come ideale morale che come progetto politico. Eppure nessuno, come lui, ha saputo raccontare le speranze e le delusioni di un Paese che cambiava. La sua vera militanza era nelle storie, nella capacità di trasformare una vicenda personale in un sentimento universale, di lasciare sempre spazio al dubbio, all’ironia, alla possibilità che una verità potesse essere osservata da un’altra prospettiva.

Nato a Modena il 14 giugno 1940, la guerra lo portò bambino proprio a Pàvana, il paese dei nonni che sarebbe diventato il cuore della sua geografia sentimentale. Prima il giornalismo, poi l’insegnamento, le orchestre da ballo, le canzoni scritte per Equipe 84 e Nomadi. Quando nel 1967 pubblicò Folk Beat n.1, con brani come Auschwitz e Noi non ci saremo, era già evidente che la canzone d’autore italiana aveva trovato una voce diversa da tutte le altre. Da allora arrivarono album che hanno segnato la storia della musica italiana: Radici, con l’indimenticabile La locomotiva e Il vecchio e il bambino; Via Paolo Fabbri 43, con la rabbia orgogliosa de L’avvelenata; Amerigo, che regalò Eskimo; Signora Bovary, Parnassius Guccinii, Stagioni, Ritratti e infine L’Ultima Thule, il disco con cui nel 2012 scelse di congedarsi dalla carriera di cantautore.

I suoi concerti erano l’esatto contrario dello spettacolo contemporaneo. Nessun effetto speciale, nessuna scenografia monumentale. Bastavano una chitarra, una band affiatata, una voce mai addomesticata e quel modo unico di parlare al pubblico come si parla agli amici seduti attorno a un tavolo. Per questo chi andava a vedere Guccini non cercava soltanto un concerto: cercava un incontro. Ogni serata diventava una lunga conversazione fatta di canzoni, racconti, battute e silenzi, in cui il confine tra artista e pubblico finiva per dissolversi.

Ma Guccini è stato anche scrittore, autore di romanzi, racconti e libri autobiografici, spesso insieme a Loriano Macchiavelli. Anche lontano dal palco non ha mai smesso di raccontare, perché la narrazione era la sua vera casa. Negli ultimi anni aveva continuato a incidere, a collaborare con altri artisti, a prestare la propria voce a progetti civili e culturali, fino alle recenti raccolte dedicate alle canzoni della tradizione popolare.

Con la morte di Francesco Guccini si chiude una stagione irripetibile della canzone d’autore italiana, quella in cui un disco poteva diventare un libro di filosofia popolare e una ballata trasformarsi in una lezione di storia, di letteratura e di umanità. Ma le stagioni, lui lo sapeva meglio di chiunque altro, non finiscono davvero. Cambiano forma. Restano nelle parole, nei ricordi, nelle emozioni che continuano ad abitare chi le ha ascoltate. E così continuerà a correre quella strada lunga e diritta, continuerà a sbuffare quella locomotiva lanciata verso il suo sogno impossibile, continueranno a vivere Amerigo, Eskimo, il vecchio e il bambino, Cirano, Auschwitz e tutte le donne e gli uomini usciti dalla sua penna. Perché Francesco Guccini non lascia soltanto un repertorio di canzoni. Lascia un modo di guardare il mondo: con curiosità, con spirito critico, con malinconia e con quella straordinaria ostinazione a cercare sempre, dietro ogni risposta, una domanda in più.

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