Afghanistan, negoziati Karzai-talebani sul governo. Repressa protesta a Jalalabad

Foto AP / Rahmat Gul Afghanistan, conferenza stampa dei Talebani

MILANO – Sporadiche proteste sono scoppiate in Afghanistan contro i talebani, mentre gli estremisti islamici negoziano a Kabul la formazione di un futuro governo. L’ex presidente Hamid Karzai e l’inviato di pace del governo deposto, Abdullah Abdullah, hanno incontrato Anas Haqqani, leader della potente fazione Rete Haqqani: secondo un portavoce di Karzai l’obiettivo è facilitare negoziati con il mullah Abdul Ghani Baradar, considerato il massimo leader politico degli ‘studenti barbuti’, rientrato dopo vent’anni nel Paese e visto come figura chiave del futuro governo.

Il coinvolgimento della Rete Haqqani, per gli Usa organizzazione terroristica responsabile di vari attentati, potrebbe però essere un problema agli occhi della comunità internazionale. Sono invece rifugiati nella valle del Panjshir, a nord di Kabul e roccaforte delle milizie dell’Alleanza del Nord che si unirono agli Usa nel 2001, varie potenziali figure dell’opposizione. Tra loro membri del governo deposto, come il vicepresidente Amrullah Saleh (che si è dichiarato presidente ad interim) e il ministro della Difesa, generale Bismillah Mohammadi.

Il Panjshir è l’unica provincia non ancora nelle mani dei talebani. È invece negli Emirati Arabi Uniti Ashraf Ghani, il presidente fuggito mentre i talebani si avvicinavano a Kabul, accolto per “motivi umanitari”. L’ambasciata afghana in Tagikistan lo ha accusato di aver sottratto 169 milioni di dollari al suo Paese.

Dall’estero, continuano frattanto allarmi e appelli. Ue, Usa e altri 20 Paesi in una nota congiunta si sono detti “profondamente preoccupati per le donne e le ragazze afgane, i loro diritti all’istruzione, al lavoro e alla libertà di movimento”, chiedendo “di garantire la loro protezione” e dicendosi disposti ad assistere.

Anche l’Ue, come l’Onu, ha chiesto lo stop ai rimpatri forzati dei profughi perché “non è sicuro”, ha detto la commissaria Ylva Johansson in occasione della riunione dei ministri dell’Interno del blocco. La politica ha anche chiesto agli Stati membri di fare di più sui ricollocamenti dei rifugiati, definendo poi prioritario far uscire dal Paese europei e collaboratori afghani in pericolo.

Martedì, nella prima conferenza stampa dopo aver ripreso il potere, i talebani hanno tentato di convincere di essere cambiati. Hanno dichiarato un’amnistia, promesso che non ci saranno vendette e che i diritti delle donne saranno garantiti “nella cornice della sharia”. Non basta a rassicurare, tantomeno la popolazione memore del brutale regime che ha infestato il Paese tra 1996 e 2001, prima dell’intervento Usa, cancellando i diritti delle donne, compiendo esecuzioni pubbliche e dando rifugio ad al-Qaeda.

Le donne sono rinchiuse nelle proprie case nel tentativo di nascondersi, migliaia di persone attraversano i confini verso i Paesi vicini, a Kabul l’aeroporto è preso d’assalto da chi spera di fuggire con i voli internazionali. Dopo la drammatica invasione della pista, i militari Usa e alleati hanno ripreso il controllo dello scalo. Ma i talebani ostacolano gli accessi, chiedendo documenti e lasciando entrare pochissime persone.

I combattenti sparano a tratti colpi di avvertimento. A Jalalabad, invece, decine di persone hanno sostituito la bandiera talebana con quella nazionale. Gli estremisti hanno reagito sparando in aria e picchiando con delle mazze, secondo le autorità locali, uccidendo almeno una persona e ferendone sei.

Al-Jazeera ha riferito che la protesta si è diffusa alla provincia di Khost. Non nella capitale, dove gli abitanti raccontano di gruppi di combattenti armati che pattugliano i quartieri e bussano di porta in porta, cercando chi è nella loro “lista nera”, come attiviste e attivisti, collaboratrici e collaboratori del deposto governo.

Gli estremisti hanno anche fatto esplodere una statua di Abdul Ali Mazari, leader di una milizia sciita che aveva combattuto contro di loro, ucciso nel 1996. Una eco del passato che appare anche un nefasto monito, dietro la promessa di non cercare vendetta: è successo nella provincia di Bamyan, dove nel 2001 i talebani fecero esplodere due enormi statue di Buddha scolpite nella montagna 1.500 anni prima, sostenendo che violassero il divieto di idolatria imposto dall’islam.(LaPresse/AP)

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