CASAL DI PRINCIPE – Le intercettazioni escluse dal processo avevano fatto venir meno la principale fonte di prova dell’accusa, portando all’assoluzione di tutti gli imputati. La Direzione distrettuale antimafia di Napoli, però, contesta quella decisione. Il pm Maurizio Giordano ha presentato appello contro il verdetto del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e contro l’ordinanza che aveva dichiarato inutilizzabili gli ascolti nell’inchiesta sugli appalti del Cira. L’impugnazione punta a far rientrare nel processo le conversazioni che, secondo la Procura, documenterebbero le presunte interferenze nelle gare del Centro italiano ricerche aerospaziali.
L’indagine, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Aversa e coordinata dai pm Giordano e Graziella Arlomede (ora procuratore aggiunto a S. Maria C.V.), aveva ricostruito un presunto sistema per indirizzare i lavori verso imprese riconducibili a Sergio e Adolfo Orsi. Secondo l’accusa, il meccanismo si sarebbe basato sulla compiacenza di dipendenti dell’ente e sulla partecipazione di aziende chiamate alle gare soltanto per dare un’apparenza di concorrenza. Quattro gli affidamenti finiti sotto esame: la messa in sicurezza dello spazio deposito del cantiere Lisa, la realizzazione di un deposito temporaneo per i rifiuti, la manutenzione ordinaria da 600mila euro e la cura del verde. Nella ricostruzione investigativa, gli Orsi avrebbero concordato le modalità per alterare le procedure con Carlo Russo, direttore amministrativo e responsabile delle gare, e Vincenzo Filomena, progettista dell’ufficio tecnico. Antonio Fago avrebbe svolto il ruolo di intermediario. Per Sergio Orsi l’accusa ipotizzava anche la corruzione, in concorso con i due dipendenti e con Fago. Agli Orsi veniva contestata l’aggravante mafiosa, nel quadro del presunto condizionamento degli appalti legato al clan dei Casalesi. Un altro capitolo riguardava le società utilizzate per ottenere i lavori.
Questa era l’impostazione dell’indagine che aveva portato alle misure cautelari, poi revocate. Il processo si è poi concluso con le assoluzioni pronunciate dal collegio presieduto da Rosetta Stravino, dopo l’esclusione di una parte decisiva delle intercettazioni. È su questo passaggio che insiste Giordano. Gli ascolti erano iniziati in un’altra indagine, relativa a ipotesi di riciclaggio e rapporti con il clan. Durante le conversazioni sarebbero però emersi i fatti riguardanti il Cira. Secondo il pm, da quel momento le richieste di proroga e le autorizzazioni del gip avevano incluso anche le presunte condotte di turbativa e corruzione negli appalti. Per la Procura, dunque, il giudice conosceva quei fatti e aveva autorizzato gli ascolti anche per accertarli. Il Tribunale avrebbe invece dato troppo peso alla mancata indicazione dei nuovi reati nell’intestazione di alcuni atti, senza considerarne adeguatamente il contenuto. Giordano contesta anche la scelta di ammettere un gruppo di intercettazioni espressamente riferito al Cira e di escluderne altri che, a suo avviso, si fondavano sulle stesse informazioni investigative.
Nell’appello il pm chiarisce inoltre perché, nell’udienza del 14 luglio 2026, avesse chiesto lui stesso l’assoluzione: non perché ritenesse infondata l’accusa, ma perché l’esclusione degli ascolti aveva privato il processo della principale prova disponibile. La richiesta alla Corte d’appello è di riconoscere l’utilizzabilità delle conversazioni indicate nell’impugnazione, almeno per quelle successive al 9 febbraio 2021 e coperte da proroghe riferite alla vicenda Cira, e di annullare la pronuncia assolutoria per consentire la prosecuzione del giudizio. Gli imputati restano assolti in primo grado: spetterà ai giudici valutare i motivi presentati dalla Procura











