In una lunga intervista, l’ex fantasista francese Jeremy Menez ha ripercorso le tappe cruciali della sua carriera, soffermandosi con sincerità sulla sua turbolenta esperienza al Milan. Un’avventura iniziata sotto i migliori auspici ma conclusasi bruscamente, a causa di un carattere indomabile che lui stesso ha ammesso di non aver saputo gestire.
Il suo arrivo in rossonero è stato orchestrato dai vertici del calcio. «Dopo tre anni al Paris Saint-Germain sentivo il bisogno di una nuova sfida», ha raccontato Menez. Furono due ex milanisti di lusso, Zlatan Ibrahimovic e Thiago Silva, a fare da tramite, chiamando direttamente Adriano Galliani. L’allora amministratore delegato non ha esitato e ha raggiunto il giocatore a Ibiza per convincerlo a firmare. L’impatto con la Serie A è stato devastante: la sua prima stagione è stata incredibile, impreziosita da 16 gol e 4 assist che lo hanno consacrato come uno dei talenti più puri del campionato.
Tutto, però, è cambiato drasticamente durante il secondo anno. Un infortunio alla schiena si è rivelato l’inizio della fine. «Durante un allenamento feci uno scatto in salita e sentii un dolore lancinante», ha spiegato. Il problema era un’ernia del disco, un disturbo di cui aveva già sofferto ai tempi del PSG. La situazione era talmente grave da impedirgli quasi di camminare, rendendo inevitabile un nuovo intervento chirurgico.
Il ritorno in campo, tuttavia, non è stato quello sperato. Il dolore persisteva, costringendolo a un lungo stop forzato. «Il medico mi ha prescritto una terapia farmacologica e quattro mesi di riposo assoluto. All’inizio zoppicavo, sono tornato a disposizione solo a gennaio». Ma il vero punto di rottura è arrivato durante il ritiro estivo in America, con l’allenatore Vincenzo Montella.
L’episodio chiave è avvenuto dopo un’amichevole contro il Liverpool, in cui è rimasto in panchina per tutta la partita. La delusione lo ha portato a un atteggiamento svogliato nell’allenamento successivo. Montella non ha tollerato il suo comportamento e lo ha allontanato dal campo. La reazione del francese è stata rabbiosa e accesa, culminata in un duro scontro verbale. La decisione del tecnico è stata immediata: «A fine seduta, chiamò Galliani e gli disse di mandarmi via».
Con grande onestà, Menez si è assunto tutte le responsabilità dell’accaduto. «Ero una testa calda, è stata colpa mia. Il mio carattere mi ha limitato per tutta la carriera, avrei potuto fare molto di più». Ha confessato di giocare d’istinto, guidato solo dalla voglia di divertirsi con il pallone, un approccio che lo portava a gestire male la rabbia e la frustrazione.
Le radici di questo suo lato ribelle, ha spiegato, affondano nella sua infanzia difficile nella periferia di Parigi. «L’ambiente in cui sono cresciuto non mi ha aiutato. Frequentavo un gruppo di amici in cui dovevi farti notare a tutti i costi». Ha anche raccontato un aneddoto di quel periodo: «Una volta ordinammo una pizza e rubai il motorino al fattorino». Un’indole che si è manifestata anche in campo, come dimostrano le numerose ammonizioni per proteste accumulate ai tempi del PSG, quando a 24 anni si sentiva ancora un ragazzino incapace di accettare le ingiustizie.







