Appalti e mazzette, la Procura chiede altri 6 mesi per le indagini

Nel mirino degli inquirenti le attività dei Caprio connesse al mondo dei lavori pubblici

CASAL DI PRINCIPE – Serve più tempo alla Procura di Santa Maria Capua Vetere per completare l’inchiesta sul presunto giro di bustarelle e gare turbate che avrebbero organizzato gli imprenditori Caprio. Infatti, il pubblico ministero Gerardina Cozzolino, titolare dell’indagine, ha chiesto una proroga di altri 6 mesi al giudice Maria Pasqualina Gaudiano. E dal Tribunale è arrivato il via libera. Oltre ai fratelli Luigi, Ubaldo e Francesco Caprio, originari di Casale ma trapiantati a Caserta, sono coinvolti nell’inchiesta altre 25 persone (tutte da ritenere innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile). Ai componenti del corposo elenco di indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione a delinquere, corruzione, turbativa d’asta e falso.

Secondo la tesi degli inquirenti, i germani Caprio, per raggiungere i loro fini illeciti, ovvero vincere appalti su appalti manipolando le procedure, si sarebbero avvalsi di una folta schiera di professionisti amici, alcuni dei quali inseriti artatamente in commissioni di importanti gare pubbliche. Si tratta di una ricostruzione che dovrà essere ulteriormente vagliata dall’autorità giudiziaria e non è da escludere che nel farlo possa emergere anche l’estraneità dei Caprio alle condotte illegali al momento tracciate.
L’attività investigativa su questo presunto sistema è stata resa nota nell’estate del 2022, quando le forze dell’ordine hanno effettuato delle perquisizioni presso le abitazioni dei Caprio e di altri 23 indagati, nonché presso le sedi di 6 ditte e nei Comuni di Montaquilia, San Martino Sannita, Alvignano e Vairano.

Durante tali controlli, a casa di Ubaldo Caprio vennero trovati 39.000 euro. Il Tribunale di S. Maria Capua Vetere successivamente confermò l’ordinanza che bloccava i soldi, disposta dal giudice per le indagini preliminari nel 2022. I togati, in funzione di Riesame, ritennero che la somma potesse essere il profitto di un reato di corruzione relativo a un appalto pubblico manipolato per agevolare una società del cosiddetto “cartello” di imprese che l’uomo d’affari aveva allestito con i suoi fratelli. Il Tribunale qualificò il sequestro come di tipo impeditivo, ritenendo che la cifra in questione avesse accresciuto il patrimonio dell’indagato, essendo stata ottenuta tramite attività illegali.

Successivamente, Ubaldo Caprio ha proposto ricorso per Cassazione, contestando il mancato accertamento del nesso di pertinenza tra la somma di denaro sequestrata e il reato contestato. Tuttavia, la Suprema corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo che il Tribunale avesse adeguatamente motivato la decisione di confermare il sequestro.

La Corte ha sottolineato che il Tribunale ha fornito una motivazione dettagliata sulla pertinenza della somma sequestrata al reato di corruzione contestato, evidenziando il coinvolgimento dell’indagato nella gestione dell’azienda impegnata nell’appalto incriminato. Conseguentemente, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende. Tale decisione è stata presa dalla seconda sezione a dicembre, ma le motivazioni sono state pubblicate soltanto la scorsa settimana.

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