C’è stato un tempo in cui Renato Buso era considerato il “Golden Boy” del calcio italiano. Dopo aver trascinato l’Under 21 di Cesare Maldini alla vittoria dell’Europeo nel 1992, le aspettative su di lui erano altissime, ma ha sempre respinto paragoni ingombranti: “Non ero il nuovo Baggio, penso però di essere stato una buona spalla per tanti campioni”.
Il suo viaggio nel grande calcio è iniziato prestissimo alla Juventus. A soli 16 anni ha esordito con la maglia numero 10, quella di Michel Platini, e alla sua seconda partita ha segnato contro l’Ascoli. Il rapporto con il fuoriclasse francese è stato speciale. Buso ha raccontato di come “Le Roi”, a fine allenamento, si divertisse a colpire i paletti all’incrocio dei pali con precisione millimetrica, e ha svelato un curioso aneddoto con l’Avvocato Agnelli che lo sorprese a fumare. Platini rispose: “Basta che non fumi Bonini, è lui che corre per me”.
Dopo l’esperienza in bianconero, si è trasferito alla Fiorentina, dove ha diviso la stanza con Roberto Baggio, descritto come “un ragazzo d’oro”. Ha rivelato le abitudini del Divin Codino, che si svegliava un’ora prima per meditare e pregare, ma che in spogliatoio sapeva intrattenere i compagni con barzellette e cantando le canzoni di Zucchero. In quel gruppo c’era anche un giovane Stefano Pioli.
Il passaggio alla Sampdoria lo ha proiettato in un gruppo straordinario, guidato da un presidente come Paolo Mantovani e da campioni come Gianluca Vialli e Roberto Mancini. Quell’esperienza è stata però segnata dalla cocente delusione della finale di Coppa dei Campioni del 1992, persa a Wembley contro il Barcellona. “È una ferita rimasta aperta. Piansi guardando la coppa, pensai che un’occasione simile non sarebbe mai più capitata”.
L’avventura blucerchiata si è interrotta a causa di un litigio con l’allenatore Sven-Göran Eriksson. Anni dopo, ritrovato il tecnico svedese alla Lazio, la storia si è ripetuta. “Alla prima amichevole mi schierò difensore centrale. Lo presi come un affronto e chiesi subito di essere ceduto”. Ha poi trovato una seconda giovinezza a Napoli, ritrovando il suo mentore Vujadin Boškov.
Tra i rimpianti, oltre alla mancata convocazione nella Nazionale maggiore, spicca un trasferimento sfumato all’ultimo. “Non essere andato all’Inter quando c’era Ronaldo. L’accordo era fatto, ero già in viaggio per Milano, ma l’affare saltò. Peccato, mi sarebbe piaciuto chiudere lì la carriera”.







