La Cassazione cancella l’assoluzione per il figlio del boss Genny ‘McKay’

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Crescenzo Marino

NAPOLI – Una sentenza aveva chiuso il caso, almeno apparentemente. Un’assoluzione con formula piena aveva cancellato il verdetto di primo grado e aperto per Crescenzo Marino una prospettiva completamente diversa. Poi, il 21 maggio scorso, è arrivata la decisione della Cassazione. E quella storia giudiziaria è tornata al punto di partenza del secondo grado. La Suprema Corte ha annullato l’assoluzione e disposto un nuovo processo davanti alla Corte di Appello. Le motivazioni sono state depositate nei giorni scorsi e ora sarà necessario attendere la fissazione della nuova udienza. Al centro della vicenda c’è il figlio di Gennaro Marino, conosciuto negli ambienti criminali con il soprannome di “McKay”, uno dei nomi storici della camorra dell’area nord di Napoli, boss delle Case Celesti. Crescenzo Marino, difeso dagli avvocati Saverio e Luigi Senese, dovrà dunque tornare davanti ai giudici per rispondere alle accuse che, secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia, lo indicano come uno degli uomini chiamati a raccogliere l’eredità criminale del padre. E’ una vicenda che attraversa anni di indagini, arresti, dichiarazioni di collaboratori di giustizia e sentenze dai risultati opposti. E che torna ora sotto i riflettori proprio perché la Cassazione ha ritenuto necessario un nuovo esame della vicenda. Secondo l’impostazione accusatoria, dopo la detenzione del padre e l’uccisione dello zio Gaetano, assassinato in un agguato a Terracina nel 2012, sarebbe stato Crescenzo Marino a ritagliarsi un ruolo di primo piano all’interno del gruppo criminale. Gli investigatori lo avrebbero individuato come figura di riferimento del clan operante nella zona delle Case Celesti, attribuendogli anche un ruolo nella gestione dei proventi legati al traffico di droga. Accuse pesanti, che avevano portato all’arresto del giovane nel 2022, nell’ambito di un’operazione che aveva coinvolto complessivamente sei persone.

Da quel momento era iniziato il percorso giudiziario destinato a produrre, negli anni successivi, due verdetti radicalmente diversi. Il primo era arrivato nell’agosto del 2024. Il tribunale aveva condannato Marino a dieci anni di reclusione. Una decisione costruita anche sulle ricostruzioni investigative della Dda e sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia considerati centrali nell’inchiesta. Tra questi c’erano Pasquale Cristiano, conosciuto come “Pickstick”, già a capo dell’omonimo gruppo di Arzano, e Salvatore Roselli, detto “Frizione”, ex esponente di vertice del “gruppo dei Sette Palazzi”, ritenuto legato agli Amato-Pagano. Le loro dichiarazioni erano state utilizzate dagli inquirenti per delineare l’organizzazione interna del gruppo e il presunto ruolo attribuito a Marino. Poi, nell’ottobre del 2025, il colpo di scena. La Seconda sezione della Corte di Appello di Napoli ribaltò completamente la decisione del primo grado. Per Crescenzo Marino arrivò l’assoluzione con formula piena. La condanna a dieci anni veniva così cancellata e il giovane tornava in libertà. Una svolta che sembrava segnare la conclusione della vicenda giudiziaria. Ma la Procura generale ha impugnato quella decisione, portando il caso davanti alla Suprema Corte. Il 21 maggio 2026 è arrivata la pronuncia destinata a riaprire il procedimento. La Cassazione ha accolto il ricorso e annullato la sentenza di assoluzione, disponendo che il processo venga celebrato nuovamente in secondo grado. Non si tratta, dunque, di una condanna e nemmeno di un’affermazione definitiva di responsabilità: sarà una nuova Corte di Appello a dover esaminare il caso alla luce delle questioni sollevate nel giudizio di legittimità. Il nuovo processo si svolgerà con Marino a piede libero.

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