C’eravamo tanto amati

Vincenzo D'Anna

Ogni consesso sociale ha avuto come motivo e scopo quello di tutelare la comunità degli individui che ne faceva liberamente parte. Questi sarebbero anche i compiti dello Stato inteso come comunità solidale che ha scelto di vivere sotto l’imperio delle leggi e non più sottoposta all’assolutismo de re e despoti. Tuttavia non sempre la tirannia si è presentata sotto forma di abuso e per gli antichi greci spesso il Tiranno assumeva le vesti del più capace di governare il popolo e di curarne gli interessi. In seguito non sempre fu così e, anzi, il potere assoluto nelle mani di un uomo, oppure di un’oligarchia, si trasformò nell’esercizio dispotico del governo. Si è così arrivati, dopo secoli, alle moderne democrazie, alla concezione di uno Stato frutto di quel patto sociale del quale scrisse il filosofo Jean-Jacques Rousseau alla fine del secolo dei lumi. Tuttavia il potere trasfigura chi lo detiene e spesso trasforma il potente in un prepotente, se non in un corrotto, atteso che il potere conceda licenze che portano alla corruzione, e il potere assoluto corrompe assolutamente. Lo Stato, edificato sul presupposto di una servitù volontaria, scelta dai cittadini attraverso un patto comunemente accettato dai medesimi, deve però considerarsi un male necessario per garantire libertà, sicurezza e l’opportunità di poter raggiungere benessere sia personale che collettivo. In questa veste anche lo Stato deve avere limiti e regole da osservare. I limiti dell’azione statale, minima e non pervasiva nella vita degli individui, ovvero il regime liberale, sono circoscritti dai diritti rivendicati dai cittadini, molti dei quali derivano dal principio delle libertà naturali dei medesimi e non sono disponibili  né coercibili dall’autorità statale stessa. Quando il novero dei diritti si riduce, nel mentre si allargano i poteri e i monopoli dello Stato, il cittadino soccombe e diventa egli stesso proprietà dello Stato che lo governa. In disparte tutto questo, c’è da dire che alla base del contratto sociale di partenza si pongono valori e diritti che sono propri degli uomini liberi e come tali scaturenti dai buoni sentimenti e dai buoni propositi degli uomini. Se vengono a mancare questi presupposti viene a mancare l’umanesimo e l’intera comunità finisce per trasformarsi in ben altra cosa, in ragione del fatto che non tiene più conto della sua eredità storico-naturale. Quindi alla base di ogni società e di ogni Stato ci sono l’indole degli uomini, i valori ed i principii che costituiscono le garanzie che la collettività tutta sia protetta e protesa, con lo Stato, al raggiungimento di scopi leciti, perseguiti con mezzi etici e benefici plurali. Se cambia quindi la morale di fondo degli uomini, cambia il presupposto stesso dello scopo da raggiungere e non c’è patto o legge che possa intervenire. Se l’uomo si trasforma in essere privo della sua storia, di rispetto per i valori sociali fondativi per la comunità, lo Stato diventa un mero espediente, uno strumento che degenera e si adegua allo scadimento degli originari presupposti. Se ai valori della natura, alla fisiologia delle cose, così come maturate nei secoli, si sostituisce l’egoismo e la volontà di darsi uno scopo di vita che non tenga più conto dell’armonia e delle esperienze maturate nel tempo, la ragione per stare insieme e per essere tollerante viene meno. Se cambiano i valori, se il normale diventa eccezionale, se le leggi della natura sono soppiantate dall’artificio, tutto diventa relativo, figlio dei tempi e delle convenienze, non più retaggio di saggezza e virtù. Solo chi si illude di poter truccare le carte della Storia, di poter cambiare la scala dei valori naturali con quella dei gusti e delle personali inclinazioni, di sovvertire tutto l’esistente  con il relativismo etico, può pensare che il patto sociale e l’idea dello Stato e della pacifica convivenza non cambi radicalmente. Nelle scuole italiane ha preso avvio il programma gender, nelle aule parlamentari sciorinano – come forma di avanzamento e di progresso sociale – leggi che invertono la fisiologia stessa della vita. Eutanasia, eugenetica, teoria gender, transumanesimo, diventano i cardini di una nuova tipologia di convivenza sociale che ci spinge verso l’ignoto. Eliminare la radice genitoriale, la differenza dei generi, selezionare gli uomini per renderli perfetti  e fino a poter disporre della morte non più come epilogo naturale, la trasformazione degli uomini in donne e viceversa, sono una serie di disvalori, non un progresso. Mischiare le carte perché taluni vogliono vivere  esperienze esistenziali singolari e diverse, non agevola e non facilita l’armonia del consesso sociale. Ciascuno può fare quel che crede purché non leda gli altri, anche nei loro più ortodossi convincimenti. Non è più possibile, però, contrabbandare, come forma evolutiva e di emancipazione per l’umanità, la menzogna e l’egoismo della sopraffazione di idee e di messaggi innaturali. Così di seguito scompare quello che conoscemmo dell’umanità nel tempo in cui tutti ci eravamo tanto amati.

*già parlamentare

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