Cerimonia per la Costituente, Mattarella: la Carta è volto e anima della Repubblica

Stamattina nell'aula dell'assemblea di palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati, si è tenuta la cerimonia celebrativa per gli 80 anni dalla prima seduta della Assemblea Costituente, con l'intervento del Presidente della Repubblica.

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Camera dei Deputati, palazzo Montecitorio, intervento del presidente Mattarella
Camera dei Deputati, palazzo Montecitorio, intervento del presidente Mattarella

Stamattina a partire dalle 11 l’aula dell’assemblea della Camera dei Deputati, palazzo Montecitorio, ha ospitato la cerimonia di celebrazione dell’ottantesimo anniversario dalla prima seduta dell’Assemblea Costituente. Al centro dell’evento l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dopo quelli introduttivi dei presidenti della Camera Lorenzo Fontana e del Senato Ignazio La Russa. L’appuntamento è stato trasmesso in diretta su Rai 1, a cura di Rai Parlamento, e sul canale satellitare e sulla webtv della Camera, dalle 10.15 con l’accoglienza al Capo dello Stato e la visita alla mostra “1946: nasce la Repubblica, l’Assemblea Costituente a Montecitorio”, allestita nella stessa Sala della Lupa. Proprio quella nella quale, in quell’anno, furono proclamati i risultati del referendum del 2 giugno per la scelta tra Monarchia e Repubblica. Presenti il presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni e Giovanni Amoroso, Presidente della Corte Costituzionale. La cerimonia si è conclusa con il concerto dell’orchestra e del coro del teatro dell’Opera di Roma, diretta dal Maestro Michele Mariotti. Sono stati eseguiti brani immortali del repertorio verdiano.

 “Il percorso, il progresso che l’Italia repubblicana ha compiuto in questi decenni – ha affermato il presidente Mattarella – è motivo di orgoglio per il popolo italiano e, insieme, testimonianza della saggezza e lungimiranza che le madri e i padri della Costituzione seppero esercitare in quella svolta della storia. Non fu agevole la strada che portò al referendum e alla elezione della Assemblea Costituente il 2 giugno del 1946. Fu un prezzo alto quello che consentì agli italiani di conquistare il diritto di dettare le regole della propria convivenza civile dopo la dittatura e la guerra. Lo pagarono i partigiani, le popolazioni sottoposte alle vessazioni naziste e della Repubblica di Salò, i militari lasciati allo sbaraglio e poi partecipi dello sforzo di ridare onore alla Patria con il Corpo Italiano di Liberazione e con gli oltre 600.000 militari internati in Germania, con il loro rifiuto di porsi al servizio dei nuovi invasori. Lo pagarono gli italiani di origine ebraica avviati ai campi di sterminio e quelli che nella Brigata Ebraica e nelle formazioni partigiane parteciparono alla Liberazione dell’Italia e alla costruzione di una nuova società che non vedesse l’oppressione dell’uomo sull’uomo. Fu tutto questo che consentì alla Costituente di essere assemblea sovrana senza il tributo di una spartizione del governo dei suoi territori ad opera delle potenze alleate come sarebbe toccato, invece, ad altri Paesi dell’Asse, dove questo movimento non si manifestò. Una classe dirigente non compromessa col regime fascista, regime che aveva messo a rischio la stessa unità d’Italia, fu in grado di assumere le responsabilità della transizione, in attesa del voto. Il percorso della nuova Italia sarebbe stato affidato al popolo, attraverso una Assemblea Costituente eletta a suffragio universale diretto e segreto ‘per deliberare la nuova Costituzione dello Stato’. Una rivoluzione pacifica che condusse alla transizione da monarchia a repubblica. Nelle giornate del 2 e 3 giugno 1946 con il voto si sarebbe consumata la fine della breve monarchia dei Savoia Re d’Italia e realizzato il sogno risorgimentale di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi: una assemblea per il patto costituzionale tra gli italiani; un nuovo Stato per l’Italia unita. Nonostante l’inettitudine manifestata dalla monarchia, l’Italia non era ‘terra di nessuno’. Questo il merito di quelle donne e di quegli uomini. E il Governo Militare Alleato si trovò a dover interloquire con loro. La Corona e il Governo Badoglio puntavano al mero ripristino della cornice dello Statuto Albertino, tradito dall’acquiescenza al fascismo di Vittorio Emanuele III. Era uno scontro tra la vecchia classe dirigente monarchica, che spingeva per il ripristino puro e semplice della democrazia liberale pre-fascista, e il mondo ormai cambiato. Sarebbe stato Alcide De Gasperi, ultimo presidente del Consiglio del Regno e alla guida del primo governo della Repubblica a riassumere, nella sua qualità di capo provvisorio dello Stato, nel radiomessaggio rivolto agli italiani il 14 giugno del 1946, la sfida che si presentava, dicendo: ‘Un immenso lavoro ricostruttivo abbiamo davanti a noi. La salita è faticosa. Diamoci la mano, uomini di buona volontà: comunque sia stato il vostro e il nostro voto, perché, altrimenti, senza questo sforzo comune, non riusciremo. Ma riusciremo: ho fede che il popolo italiano ha già nel cuore questo fermo proposito e che già sente le immediate esigenze sociali ed economiche. Bisogna mantenere l’ordine, bisogna lavorare, bisogna produrre’. E ancora: ‘Uniamoci, Italiani, nel pensiero della Patria e dimostriamo la saldezza della nostra unità – lavoratori, forze armate, organi dello Stato, ceti tutti…’. Concordia e unità, questo il programma della nuova Italia repubblicana, riassunto dal Presidente della ricostruzione, con un atto di fede nella virtù della democrazia. Nel discorso di insediamento della Consulta, il 25 settembre 1945, Carlo Sforza fece appello alla memoria di martiri assassinati dal fascismo, Matteotti, Amendola, don Minzoni, Gramsci, Carlo e Nello Rosselli, per concludere che l’Italia avrebbe avuto un futuro identificando i suoi interessi con quelli di un’Europa pacificata e solidale. Con la Resistenza e i Comitati di liberazione nazionale, la partecipazione popolare era divenuta protagonista e, con essa, la stagione dei partiti di massa. Dalla Consulta alla Costituente si celebra la consegna del testimone tra la vecchia classe dirigente pre-fascista ai nuovi protagonisti”.

Quando Mattarella ha nominato Gramsci, Matteotti, Amendola e le altre vittime del fascismo, i presenti si sono alzati in piedi per un lungo applauso. “I cinquecentotrentacinque uomini e le ventuno donne chiamate a far parte dell’Assemblea – ha aggiunto il presidente – si sarebbero disposti, lavorando intensamente per 18 mesi, a ridare l’invocato volto all’Italia e il risultato sarebbe stato la Costituzione che ha assicurato nei trascorsi decenni stabilità alle istituzioni democratiche, alla collocazione internazionale dell’Italia e promosso il progresso del Paese. Paese legale e Paese reale, con il suffragio elettorale davvero universale, coincidevano per la prima volta nella storia nazionale. Crudelmente, a pagare il prezzo delle avventure di guerra furono gli abitanti di confine delle Province di Bolzano, Gorizia, Trieste e Venezia Giulia, Fiume, Pola, Zara. Rimasero vuoti i 18 seggi loro assegnati. Al centro di difficili controversie internazionali, quelle terre rimasero escluse dal poter partecipare alla nascita della Repubblica. Una delle interpretazioni critiche del lavoro dell’Assemblea Costituente tendeva a presentare lo sforzo di dialogo e di sintesi, che lo contraddistinse, come un compromesso nel senso deteriore del termine, il cui esito si sarebbe tradotto in strutture fragili della Repubblica. Nulla più, secondo quei critici, di un baratto tra i principali protagonisti, la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, il Partito Comunista, ciascuno dei quali avrebbe puntato a salvaguardare visioni se non interessi propri.Al contrario, si obbediva a un principio elementare che si è, via via, affermato nel comune sentire dei cittadini: la Repubblica è di tutti. La fecondità della stagione Costituente la abbiamo misurata nella salute delle istituzioni repubblicane: né rivoluzione in corso tradita né rivoluzione annunciata, come pure qualcuno presumeva di prefigurare, bensì sapiente indirizzo dell’equilibrio tra i diritti dei cittadini e quelli della comunità. Il metodo consensuale che ha caratterizzato, sin dalla Costituzione, la vita della Repubblica nelle occasioni più rilevanti è apparso prezioso. Nel frattempo una nuova condizione internazionale si manifestava. La Repubblica si apprestava a giocare un ruolo significativo nella costruzione della unità del continente europeo e nell’architettura di sicurezza delle democrazie. Seppe, con le scelte di politica estera, superare l’emarginazione dalla comunità internazionale in cui l’Italia si era collocata con le scelte di guerra. el concludere i lavori, il Presidente della Assemblea, Umberto Terracini, lanciò un messaggio di pacificazione agli italiani, ricordando che la Costituente aveva sollecitato al Presidente della Repubblica un gesto di clemenza. Queste le sue parole: ‘Al suo primo sorgere, la Repubblica volle stendere le sue mani indulgenti e volgere il suo sguardo benigno e sereno verso tanti, che pure non avevano esitato a straziare la Patria italiana, ad allearsi con i suoi nemici, a colpirne i figli più eroici. Il rinnovato gesto di amistà, del quale vi siete fatti promotori, vuole oggi esprimere lo spirito che ha informato i nostri lavori, in ognuno di noi, su qualunque banco si sedesse, a qualunque ideologia ci si richiami. L’Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un solenne patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa lo affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore’. Aprendo i lavori della Costituente il presidente Saragat aveva esortato: ‘Fate che il volto della Repubblica sia un volto umano’. Il volto e l’anima che abbiamo avuto consegnato – e che i cittadini sentono propri – è quello della Costituzione. Frutto di una assemblea di donne e uomini liberi. Viva la Repubblica, viva la Costituzione”.

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