Curti – Morte di Giovanni Sparago, il giallo della pistola mai sequestrata: la famiglia si rivolge ai vertici della magistratura

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CURTI – L’arma sarebbe stata maneggiata più volte e trasferita tra diversi reparti investigativi senza un formale sequestro. Respinta la richiesta di cercare eventuali impronte. Esposto alla Procura della Spezia e alla Procura Generale di Genova.

Una pistola mai formalmente sequestrata, passata tra le mani di più persone e trasferita tra diversi reparti investigativi. E ora il timore che possano andare perdute tracce importanti per ricostruire quanto accaduto. Si infittisce il caso della morte del maresciallo Giovanni Sparago, sul quale la famiglia chiede piena luce, arrivando a rivolgersi direttamente ai vertici della magistratura.

A sollevare il caso è Michele Sparago, prossimo congiunto della vittima, che attraverso l’avvocato Raffaele e Gaetano Crisileo, del Foro di Santa Maria Capua Vetere, ha presentato un esposto al Procuratore della Repubblica della Spezia e al Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Genova.

Al centro della vicenda c’è una Beretta modello 92FS, acquisita dagli investigatori durante le indagini sulla morte di Sparago. Un’arma che potrebbe custodire elementi importanti per chiarire le circostanze del decesso, ma che, come precisato dallo stesso pubblico ministero titolare delle indagini, Monica Burani, non è mai stata sottoposta a formale sequestro probatorio.

Ed è proprio questo il punto sul quale si concentrano gli interrogativi dei familiari. Perché non sequestrare un’arma così importante per le indagini? Chi l’ha custodita? Quante persone l’hanno maneggiata? E soprattutto, quali precauzioni sono state adottate per evitare che eventuali tracce potessero essere alterate o cancellate?

Interrogativi che assumono ancora più peso alla luce di un’altra circostanza emersa dagli atti: la pistola sarebbe stata ripetutamente manipolata, anche nell’immediatezza dei fatti, e successivamente trasferita tra diversi reparti di polizia giudiziaria.

La famiglia aveva chiesto di approfondire proprio questi aspetti, sollecitando accertamenti scientifici per verificare la presenza di eventuali impronte digitali sull’arma. A disposizione della difesa era stato messo anche il consulente tecnico Ugo Ricci, pronto a eseguire le verifiche secondo modalità concordate con gli inquirenti.

Ma la richiesta non è stata accolta. Con un provvedimento del 5 novembre, il pubblico ministero ha autorizzato il consulente della famiglia soltanto a visionare la pistola, senza consentire ulteriori accertamenti autonomi. Tra le ragioni del diniego, proprio le manipolazioni già subite dall’arma, che secondo la valutazione della Procura renderebbero inutili le verifiche dattiloscopiche richieste.

Una motivazione che non convince la difesa. Per i familiari, infatti, il fatto che la pistola sia stata maneggiata non significa necessariamente che ogni traccia sia scomparsa. Al contrario, proprio i numerosi passaggi dell’arma renderebbero necessario un esame scientifico approfondito, prima di escludere definitivamente la possibilità di recuperare elementi utili.

C’è poi un ulteriore aspetto che rende la situazione particolarmente delicata. Il 10 novembre sono previsti accertamenti biologici e balistici sulla pistola, operazioni che potrebbero incidere sulle sue superfici e rendere difficili eventuali verifiche successive. Il timore della famiglia è che, una volta effettuate queste analisi, possa essere troppo tardi per cercare eventuali impronte ancora presenti.

Da qui la decisione di rivolgersi ai vertici giudiziari, chiedendo un intervento urgente prima dell’esecuzione degli accertamenti programmati.

Nell’esposto viene chiesto di verificare perché la Beretta non sia stata formalmente sequestrata, come sia stata conservata, chi abbia avuto accesso al reperto e se sia ancora possibile procedere alla ricerca delle impronte digitali senza compromettere gli altri esami scientifici.

La difesa evidenzia anche un particolare risvolto della vicenda: proprio la mancata sottoposizione dell’arma a sequestro è stata richiamata dal pubblico ministero per escludere l’applicabilità di una disposizione processuale invocata dalla famiglia per ottenere ulteriori verifiche tecniche.

La questione è ora sottoposta all’attenzione del Procuratore della Repubblica della Spezia e del Procuratore Generale di Genova, ai quali Michele Sparago chiede di valutare le criticità segnalate e le iniziative eventualmente necessarie per garantire la completezza degli accertamenti.

Non è il mancato sequestro, di per sé, a dimostrare l’esistenza di un’irregolarità. Ma per i familiari resta difficile comprendere perché un’arma considerata tanto importante per ricostruire una morte sia stata acquisita e custodita senza adottare quella misura, mentre le successive manipolazioni vengono oggi richiamate tra le ragioni per non procedere alla ricerca delle impronte.

La domanda che attraversa l’intera vicenda resta una: la pistola può ancora raccontare qualcosa sulla morte di Giovanni Sparago?

È quello che la famiglia vuole sapere, prima che gli accertamenti programmati possano modificare definitivamente le condizioni del reperto. E prima che eventuali elementi utili alla verità rischino di andare perduti.

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