TRENTOLA DUCENTA – Trent’anni di carcere per Francesco Biondino e 14 anni a testa per i collaboratori di giustizia Dario De Simone e Salvatore D’Alessandro. Sono le richieste avanzate dal pm della Dda di Napoli Vincenzo Ranieri nel processo sull’omicidio di Paolo Martinelli, il 38enne di Trentola Ducenta assassinato il 5 novembre del 1988 e il cui corpo venne poi nascosto in un pozzo artigianale nelle campagne di Giugliano. Il giudice Vinciguerra del Tribunale di Napoli ha rinviato la sentenza al prossimo ottobre.
Secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia, De Simone avrebbe avuto il ruolo di mandante, mentre Biondino e D’Alessandro quello di esecutori materiali. Martinelli, sempre secondo l’accusa, sarebbe stato attirato con un pretesto in un fondo agricolo in località Santa Maria a Cubito, dove sarebbe stato raggiunto da almeno due colpi di pistola calibro 7,65.
Nella requisitoria il pm Ranieri ha insistito sul contesto camorristico del delitto, contestando l’aggravante di aver agito per favorire il clan dei Casalesi e rafforzarne il predominio sul territorio. Negli atti della Dda si evidenzia che Martinelli fosse legato a Pasquale Pisano, a sua volta ucciso, e che avrebbe messo a disposizione la propria abitazione come base logistica per organizzare un attentato contro Domenico Felicello.
Proprio questo elemento rappresenta uno dei passaggi centrali dell’inchiesta: secondo l’accusa, dopo l’omicidio di Pisano, Martinelli sarebbe diventato un possibile testimone scomodo e per questo eliminato. Gli atti parlano infatti della necessità di “eliminare un possibile testimone” dopo il precedente delitto.
Nel corso della discussione difensiva tenuta ieri, l’avvocato Davide Pasquale De Marco, legale di Biondino insieme all’avvocato Carmine D’Aniello, ha depositato una recente sentenza della Cassazione che, secondo la difesa, metterebbe in dubbio l’attendibilità di alcuni collaboratori di giustizia. De Simone è assistito dall’avvocato Domenico Esposito, mentre D’Alessandro è difeso dall’avvocato Luigina Casolaro. Gli imputati sono da ritenere innocenti fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile.


















