Finti bancari e carabinieri, così scattava la trappola: cinque arresti a San Vitaliano

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Truffe
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SAN VITALIANO – Non c’è un grattacielo di Manhattan, non ci sono broker in giacca e cravatta né milioni da inseguire sui mercati finanziari. C’è un appartamento al secondo piano di una palazzina anonima, lungo via Nazionale delle Puglie, a San Vitaliano. Tapparelle abbassate, un citofono come tanti, nessun segnale capace di attirare l’attenzione. Eppure, secondo quanto ricostruito dai carabinieri, proprio da quelle stanze partivano le telefonate con cui un gruppo di cinque uomini avrebbe svuotato la paura delle vittime fino a trasformarla in denaro. La formula era semplice e collaudata: chiamare, convincere, incassare.

Prima la voce rassicurante del falso operatore antifrode di un gruppo finanziario che gestisce i pagamenti digitali. Poi l’allarme: “Qualcuno sta tentando di effettuare un bonifico dal suo conto”. Una notizia studiata per far scattare immediatamente il panico. E quando la vittima era ormai agganciata, entrava in scena il secondo personaggio del copione, quello che si presentava come carabiniere e spiegava come mettere al sicuro i risparmi. La telefonata diventava così una sorta di trappola a due voci. Da una parte il presunto operatore bancario, dall’altra il finto militare pronto a guidare il malcapitato passo dopo passo. L’indicazione era perentoria: trasferire il denaro su un conto indicato dagli stessi interlocutori, con la promessa che quella sarebbe stata la procedura necessaria per proteggere i risparmi.

A smantellare la presunta base operativa sono stati i carabinieri del Nucleo investigativo e della Sezione operativa della compagnia di Castello di Cisterna. Quando i militari hanno fatto irruzione nell’abitazione, hanno trovato cinque uomini. Quattro dei quali, secondo gli investigatori, sarebbero stati impegnati nelle attività legate alle telefonate e alla gestione delle operazioni fraudolente. Il materiale sequestrato racconta meglio di qualsiasi parola la struttura dell’attività: 22 telefoni cellulari, 20 schede sim, tre notebook, un Pos per i pagamenti elettronici e un router.

Una piccola centrale telefonica nascosta in un appartamento della provincia, dalla quale sarebbero partite le chiamate dirette alle potenziali vittime. E proprio seguendo le tracce delle operazioni finanziarie, i carabinieri sarebbero riusciti a intercettare uno degli ultimi colpi. Un movimento di quasi 50mila euro, somma che è stata congelata prima che potesse essere ulteriormente movimentata. Nell’inchiesta risultano coinvolti Gennaro Bitondo, 32 anni, Angelo Gentile, 35 anni, Alfredo Monaco, 36enne, oltre a due incensurati, uno classe 1996 e l’altro classe 1993. Per tutti è scattato l’arresto e il trasferimento in carcere. Le contestazioni sono, a vario titolo, quelle di truffa aggravata.

Una storia che, per certi versi, ricorda le atmosfere de ‘The Wolf of Wall Street’, ma con una differenza sostanziale: qui non ci sono le sale di contrattazione di Long Island né i milioni promessi da Jordan Belfort. C’è una casa qualunque della provincia di Napoli e un gruppo che, secondo l’accusa, avrebbe trasformato telefono e computer negli strumenti di una truffa costruita sulla paura. Non servivano grandi discorsi finanziari. Bastava una frase pronunciata nel momento giusto: il suo conto è a rischio. E, subito dopo, l’ordine di fidarsi di chi si presentava come un rappresentante dello Stato. Il resto, secondo la ricostruzione degli investigatori, lo facevano la pressione, la confusione e soprattutto il timore di perdere i risparmi di una vita.

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