Riassunto
Riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso, esclusa la finalità di agevolare il clan. Il pm aveva chiesto sette anni. La sentenza è di primo grado e non definitiva.
MARCIANISE – Un’assunzione che avrebbe dovuto garantire un posto di lavoro a una ragazza, nonostante il personale del supermercato fosse già al completo. Una richiesta ripetuta più volte e accompagnata, secondo la Procura, da pressioni riconducibili al metodo mafioso. È costata una condanna a quattro anni e otto mesi di reclusione a Roberto Trombetta, 61 anni, fratello di Luigi, boss del clan Belforte di Marcianise.
A emettere la sentenza è stato il giudice Bianco del Tribunale di Napoli, al termine del giudizio abbreviato. Il pubblico ministero della Dda Lalia Morra aveva proposto una pena di sette anni. Il giudice ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso, ma ha escluso quella della finalità di agevolare il clan dei Mazzacane.
Le richieste di assunzione nel supermercato di via Evangelista
Al centro del processo ci sono le pressioni che Trombetta avrebbe esercitato sul titolare di un supermercato in via di realizzazione in via Evangelista. Tra giugno e luglio del 2025, stando alla ricostruzione investigativa, il 61enne si sarebbe presentato più volte nel cantiere chiedendo che una giovane venisse inserita nell’organico. Le risposte negative dell’imprenditore, che aveva già completato le assunzioni, non sarebbero bastate a chiudere la questione.
L’episodio del 29 agosto davanti ai carabinieri
Il 29 agosto la vicenda ha assunto una piega decisiva. Trombetta sarebbe tornato nel punto vendita, dove erano presenti anche alcuni carabinieri della Compagnia di Marcianise. Di fronte all’ennesimo rifiuto, avrebbe fatto capire all’imprenditore, secondo l’accusa, che la richiesta proveniva da altre persone, invitandolo a interpretare correttamente il messaggio. Parole ascoltate dai militari e successivamente confluite negli atti dell’inchiesta.
Il metodo mafioso e la contestazione di tentata estorsione
Per gli investigatori, il peso di quella richiesta non derivava soltanto dalle espressioni utilizzate, ma anche dalla figura di chi le pronunciava. Trombetta, infatti, ha alle spalle una precedente condanna definitiva per appartenenza al clan Belforte. Un passato che, secondo l’accusa, sarebbe stato utilizzato per esercitare una pressione intimidatoria sull’imprenditore.
La Procura ha contestato il tentativo di estorsione individuando nell’assunzione della ragazza il vantaggio economico perseguito: uno stipendio e i benefici legati al rapporto di lavoro. Il verdetto ha accolto solo in parte l’impostazione dell’accusa. Pur riconoscendo il ricorso al metodo mafioso, il giudice non ha ravvisato la finalità di favorire l’organizzazione camorristica.
La difesa attende le motivazioni della sentenza
Trombetta è assistito dall’avvocato Franco Liguori, che attenderà le motivazioni della sentenza prima di decidere se impugnarla. La condanna è di primo grado e non definitiva.








