NAPOLI – 8 settembre 2026. Una densa colonna di fumo nero e acre che si innalzava verso il cielo, visibile a chilometri di distanza. È stata questa la prima, inquietante traccia che ha condotto gli agenti della Polizia di Stato alla scoperta di un nuovo, gravissimo scempio ambientale nel cuore della provincia napoletana. Un’area di vaste dimensioni, nascosta alla vista dei più ma non all’occhio attento delle pattuglie, trasformata in una vera e propria bomba ecologica a cielo aperto, dove i rifiuti non venivano solo accumulati, ma sistematicamente bruciati per far sparire le prove di un business tanto illecito quanto pericoloso.
L’operazione, condotta nei giorni scorsi dagli uomini della Sezione Polizia Stradale di Napoli, è scattata durante un servizio mirato al contrasto dei reati ambientali, una piaga che continua a martoriare il territorio. Mentre percorrevano la Strada Statale 162, gli agenti, sfruttando una posizione sopraelevata offerta da un viadotto, hanno notato in lontananza il segnale inequivocabile di un rogo. Non un semplice incendio di sterpaglie, ma qualcosa di più consistente e sospetto.
A quel punto è scattata una meticolosa attività di intelligence e controllo del territorio. Con la massima discrezione, i poliziotti hanno avviato un servizio di osservazione e appostamento. Grazie all’ausilio della tecnologia, incrociando i dati visivi con le coordinate GPS, sono riusciti a triangolare con precisione millimetrica il punto esatto da cui proveniva il fumo. Un’area defilata, difficilmente accessibile, scelta proprio per agire indisturbati.
Una volta giunti sul posto, agli operatori si è presentato uno scenario desolante. Davanti a loro si estendeva una discarica abusiva contenente tonnellate di rifiuti di ogni genere, accatastati senza alcun criterio: scarti edili, pneumatici usurati, plastiche, residui di lavorazioni industriali e materiali di risulta di varia natura. Un mix potenzialmente letale per il terreno, le falde acquifere e l’aria. Ma il dettaglio più agghiacciante era un altro: al centro dell’area, gli agenti hanno individuato una grande vasca in metallo, annerita dal fuoco e ancora tiepida. Era quello il braciere infernale, il cuore pulsante dell’attività illecita: un inceneritore rudimentale utilizzato per la combustione periodica dei rifiuti, un metodo criminale per ridurre i volumi, cancellare le tracce e liberare nell’atmosfera diossine e altre sostanze tossiche.
Le indagini sono proseguite senza sosta. Gli accertamenti esperiti hanno permesso di ricondurre la gestione dell’intera area a una ditta operante nella zona. All’interno della sede aziendale, i poliziotti hanno identificato e fermato due persone, ritenute responsabili della gestione della discarica e, soprattutto, dei roghi. Al termine delle formalità di rito, i due soggetti sono stati denunciati a piede libero all’Autorità Giudiziaria con la pesante accusa di combustione illecita di rifiuti, un reato che prevede pene severe. L’intera area è stata posta sotto sequestro, in attesa delle complesse e costose operazioni di caratterizzazione e bonifica. L’ennesima ferita inferta a un territorio che non smette di lottare contro la criminalità ambientale.







