Genoa, De Rossi critica il sistema dei patentini allenatori

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Cronache Mercato
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Le parole del tecnico del Genoa hanno sollevato una riflessione sulla necessità di riformare il sistema di formazione degli allenatori in Italia. Secondo l’ex centrocampista, per chi non ha avuto una carriera importante da calciatore è complicato arrivare ad allenare, sia per le regole di accesso ai corsi che per le dinamiche interne al mondo del calcio.

La sua provocazione, espressa con l’immagine di un fornaio che potrebbe essere un ottimo tecnico, ha colpito nel segno. “Se io all’Ostiamare voglio portare uno che fino al giorno prima faceva il fornaio perché penso che sia bravo, qual è la necessità del patentino? Mal che vada fallisce la mia squadra, perdo io i miei soldi”. Un’argomentazione efficace che merita di essere presa sul serio.

C’è qualcosa di quasi eversivo in un allenatore di Serie A che smonta pubblicamente il meccanismo che lo ha appena certificato. Ha da poco ottenuto il patentino UEFA Pro a Coverciano, in un’aula piena di campioni e nomi altisonanti, e avrebbe potuto godere del suo status. Invece, ha spiegato perché quel recinto andrebbe reso più permeabile.

Il punto centrale della sua critica è che una formazione tecnica e metodologica per chi guida un gruppo ha senso, ma il sistema italiano, attraverso le graduatorie a punti, premia in modo strutturale chi ha giocato ad alto livello. Questo meccanismo trasforma una qualifica che dovrebbe essere tecnica in un vero e proprio certificato di casta.

Chi ha vestito la maglia della Nazionale, infatti, entra quasi per diritto acquisito. Chi arriva dai campi di provincia, senza un nome noto e senza i contatti giusti, deve invece affrontare un percorso a ostacoli fatto di posti limitati e lunghe liste d’attesa. Il sistema assegna un punteggio in base alle presenze in Serie A e nelle coppe, prima ancora di valutare le reali competenze di una persona nella gestione di una squadra.

Questo problema ha ripercussioni a cascata e riguarda soprattutto le categorie inferiori, i dilettanti e i settori giovanili. È proprio in quel sottobosco che si gioca la partita cruciale per lo sviluppo del movimento, intercettando intelligenze tattiche e doti di leadership che non dipendono dal numero di presenze tra i professionisti.

Un movimento calcistico che si apre e pesca allenatori anche al di fuori del recinto degli ex professionisti diventa più forte, non più debole. Le leghe europee che hanno accolto con più naturalezza tecnici senza un passato da campioni ne sono uscite rafforzate, non indebolite.

Tuttavia, ridurre tutto a una deregolamentazione totale sarebbe semplicistico. Il tema non è cancellare i corsi, ma riequilibrarli: rivedere i criteri delle graduatorie, allargare i posti disponibili e valutare la competenza acquisita sul campo con lo stesso peso dato al passato da calciatore.

Quello che resta, al di là dei dettagli, è il valore del gesto: un ex Campione del Mondo che smonta un privilegio di cui lui stesso ha beneficiato. In un ambiente dove le rendite di posizione si difendono spesso in silenzio, questa onestà intellettuale rappresenta un segnale importante.

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