Un’inchiesta di Greenpeace, intitolata “Corsa all’oro illegale”, ha rivelato come l’Italia sia diventata uno dei principali varchi d’accesso in Europa per il metallo prezioso proveniente da aree ad alto rischio. Secondo il rapporto, quasi la metà dell’oro extra-UE è transitato dal nostro Paese, dove però non viene effettuato alcun tipo di controllo sulla sua origine. La pubblicazione dell’indagine ha coinciso con il tour europeo “Il vero costo dell’oro”, che ha visto i leader indigeni dell’Amazzonia brasiliana confrontarsi con le istituzioni comunitarie.
L’Unità Investigativa di Greenpeace Italia ha acquisito dati allarmanti: nel corso dell’ultimo anno, l’Italia è stata il primo importatore di oro da Paesi esterni all’Unione Europea. Ben sette lingotti su dieci, per un totale di 148 tonnellate, sono arrivati da nazioni dove la tracciabilità della filiera è estremamente debole o del tutto assente. Questo accade nonostante un regolamento comunitario del 2021 imponga agli Stati membri controlli rigorosi lungo tutta la catena di approvvigionamento.
Il governo italiano ha ammesso di non aver mai effettuato ispezioni né comminato sanzioni, adducendo “impedimenti meramente amministrativi”. “L’Italia continua a dipendere dal mercato globale più opaco, dove il rischio di violazioni dei diritti umani e ambientali è più elevato”, ha dichiarato Martina Borghi di Greenpeace Italia. “Siamo tra i maggiori importatori europei, ma la tracciabilità resta un buco nero e nessuno vigila sull’applicazione della normativa”.
Il problema non riguarda solo l’Italia, ma l’intera Unione Europea. Mentre Bruxelles invoca maggiore trasparenza, la domanda di oro è cresciuta del 26% negli ultimi due anni, ma i controlli non sono aumentati di pari passo. Negli ultimi cinque anni sono state importate 1.633 tonnellate di metallo, per un giro d’affari di 81,2 miliardi di euro. La Commissione Europea ha confermato a Greenpeace che la lista degli impianti di fusione e raffinazione responsabili non è stata ancora istituita.
Tra le aree di provenienza più critiche figura il Brasile. Una precedente inchiesta ha denunciato come l’oro estratto illegalmente in Amazzonia venga “ripulito” sfruttando le lacune del sistema locale per poi essere immesso sui mercati internazionali, compreso quello italiano, che è il secondo acquirente dopo la Germania. Altri snodi commerciali opachi sono gli Emirati Arabi Uniti e la Svizzera, principali fornitori extra-UE dell’Italia, che ospitano hub cruciali per la compravendita e la raffinazione.
Questa mancanza di vigilanza alimenta un circuito esposto al riciclaggio. Una volta che il metallo viene fuso e raffinato, infatti, diventa quasi impossibile ricostruirne l’origine esatta. Si crea così una zona grigia perfetta per nascondere filiere poco trasparenti, favorendo operazioni di riciclaggio e greenwashing.
Facendosi portavoce delle Popolazioni Indigene, Greenpeace ha lanciato un appello ai governi e agli operatori finanziari. La richiesta è di assumersi le proprie responsabilità, rafforzando le normative per impedire che l’oro legato alla devastazione ambientale e alla violazione dei diritti umani possa essere commercializzato in Europa come prodotto “pulito”.

















